Come definirsi in mezzo ai cambiamenti professionali

Ormai molti anni fa entrai in un negozio per provare un abito: mentre mi specchiavo, sentii una donna più matura di me rispondere così alla commessa che le chiedeva la taglia

Sono in transizione

Mi sembrò un modo poetico di dire che era a dieta, e così risi un po’.

La transizione porta con sé il movimento, la spinta, il passaggio da una forma all’altra: è la condizione più naturale per l’essere umano, ma anche quella che ogni tanto facciamo fatica a nominare.

Io sono è più rassicurante di io sto diventando, eppure ogni giorno siamo un po’ diversi da ieri: crescono i peli, si inspessisce la pelle, impariamo qualcosa di diverso, dimentichiamo altre cose.
Siamo sempre più evoluti e maturi del giorno prima, ma continuiamo a cercare delle definizioni statiche per raccontare chi siamo, e cosa facciamo.

Sono una consulente, sono mora, leggo narrativa americana, ascolto musica rock, odio Jovanotti, sono una persona riflessiva.

Col tempo aggettivi e definizioni si svuotano di senso, perché si inseriscono in condizioni mutevoli, e molto più complesse di una fotografia.
Quindi: come definirsi se sei, o ti senti nel pieno di una transizione?

Il mio percorso professionale

Una settimana fa sono stata intervistata da Lucia, una dottoranda dell’Università di Torino: sta scrivendo la sua tesi di dottorato sul mondo dei content creator e influencer, e ha voluto parlare con me per approfondire un punto di vista un po’ ibrido.

Mi ha chiesto: qual è il tuo percorso professionale?
La mia risposta è stata: hai un’ora di tempo?

Gliel’ho raccontato, lo racconto anche a voi.

Ho cominciato a lavorare nel settore editoriale: bibliotecaria, catalogatrice, libraia. Poi sono passata a occuparmi di comunicazione e marketing in azienda: prima il settore retail, poi il mondo dell’agenzia, infine quello della promozione turistica.
In parallelo ho sempre prodotto contenuti e creato progetti: il mio blog aperto nel 2006, la Foodie Geek Dinner, Travel With Gusto. Cibo e storie, cibo ed eventi, cibo ed emozioni.

In tutti questi anni non ho mai smesso di scrivere, mescolando PR, Content Marketing, attività da content creator e blogger, in azienda così come da freelance.

Lucia mi ha detto: sono cerchi che si incrociano.
Io ho pensato: è un casino più sensato di quel che sembra.

Cosa ci piace?

Non ho mai smesso di cambiare, e oggi lo vedo solo come punto di forza.
Non ho sempre saputo dove andare, e le volte in cui mi sono ritrovata smarrita ho spesso pensato: sono un’incapace.
Perché il mondo fuori sembra più determinato, più consapevole, più bilanciato.
Eppure non è così, o almeno: di sicuro non sono mai stata un’incapace.

Quando le risposte non arrivano, puoi scegliere: chiederti cosa vuoi diventare, in quale mercato vuoi entrare, quali sono le competenze che ti mancano. Sono tutte domande legittime, quando si parla di lavoro.
Ma se per orientarci nel lavoro, dovessimo chiederci: chi siamo, cosa ci piace, cosa è giusto per noi, sarebbe forse sbagliato?

È la differenza tra il chiedersi: cosa mi manca rispetto al cosa voglio ottenere.

Reframe

Questa estate ho cominciato a leggere Design your life di Bill Burnett e Dave Evans, con la prefazione di Francesca Parviero: è un saggio che ti aiuta a capire chi diventare e come costruire una vita appagante con gli strumenti del Design Thinking. Ti aiuta a riformulare e mettere in discussione delle convinzioni sul lavoro e su te stesso e a lavorare con strumenti diversi.

In una delle pagine in cui ho appiccicato un post-it per ricordarmi una cosa importante, c’è scritto

Convinzione limitante: se avrai successo, sarai felice.
Reframe: la vera felicità deriva dalla progettazione di una vita che funziona.

Bingo.

Allora, provo io.

Convinzione limitante: se cambio sono una persona incostante e poco credibile.
Reframe: se faccio e racconto chi sono e cosa mi piace, saranno un cambiamento e una narrazione autentici.

Un altro spunto utile per queste riflessioni viene dalla puntata “Raccontare il fallimento” di Annamaria Anelli su Storytel: come chiamare le nostre esperienze lavorative per farle percepire in maniera positiva? Ascoltatela, è utile a tutti.

Far prendere aria ai gesti

Possiamo attraversarci in maniera distratta o dare struttura a tutte le nostre transizioni: possiamo cambiare per insoddisfazione, oppure chiederci qual è il modo che abbiamo per modificare la nostra vita per trasformarla nel nostro progetto migliore, più stimolante.
Possiamo evitare le insicurezze di quando stiamo cambiando se sappiamo da cosa stiamo partendo, e quali sono le condizioni di lavoro e di vita che ci rendono sereni.

Io sono in una fase di transizione, e per la prima volta sto interrogando solo me, con degli strumenti consapevoli, con una maturità emotiva diversa, con un bagaglio di esperienze di 20 anni.

So cosa mi rende felice: tornare a casa e ripartire per qualche giorno incastrando caffè e abbracci con amici. Mi fa felice scrivere, e trasmettere emozioni. Mi fa felice lavorare con clienti a cui insegno qualcosa, per progetti onesti ed etici, che coincidono con la mia visione del mondo. Sono felice quando realizzo progetti personali, quando creo, quando invento.
Mi sento giusta quando racconto quello che mi piace, e non quello che faccio.

Quello che ci piace non potrà mai essere quello che ci appassionava 20 anni fa: allora, il modo per cui la transizione può cessare di essere motivo di affanno, frustrazione e dubbi è chiedersi cosa ci piace fare, e darci il permesso di farlo.
Provare a realizzarsi a modo proprio.
Mettere sotto la coperta gli aggettivi, far prendere aria ai gesti.

Sul cambiamento ho già scritto un po’ di post, magari vuoi leggerli: quando ho cambiato posizionamento, come sono arrivata a comunicare il mio brand, cosa ho modificato nel mio essere freelance, quando già parlavo di fiducia, come darsi delle possibilità.

[Photo by Christopher Burns on Unsplash]

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