Gemme del gusto: l’ebook su giovani produttori piemontesi

L’espressione “giovani produttori” (insieme a giovani chef, giovani imprenditori, giovani foodblogger) è diventata negli ultimi anni quel luogo comune in cui far confluire le storie di chi ha aperto un’azienda ma non ha ancora raggiunto il break even: la giovinezza non è solo un calcolo economico, ma spesso si associa a incertezza, a strategie poco centrate, alla scarsa popolarità.
E tutto questo sembra un’enorme mancanza, come se tra la nascita e la consacrazione non esistessero vie di mezzo: eppure l’unico difetto della gioventù è la mancanza di età, e il resto, a guardarla da un’altra prospettiva, è lo spettacolo di un progetto che nasce e che cambia, che si adatta e che lotta, spesso con più energia e mordacia dei suoi simili.

Il 30 aprile esce Gemme del gusto, l’ebook che fa parte del progetto GEM*- Progetto Giovani eccellenze al mercato ideato da Conservatoria delle cucine mediterranee, sostenuto da Fondazione CRT. Il libro verrà pubblicato dal nostro Zandegù e lo presenteremo il 9 maggio alle 20.

Ad aver scritto il libro siamo in cinque, tutti foodblogger (e talentuosi, se posso permettermi): oltre a me, ci sono Sandra Salerno, Sara Tescari e Paolo Arcuno, Anna Buganè. A ognuno sono stati assegnati due produttori da intervistare, per conoscere le loro storie e i percorsi professionali, per sapere come li ha accolti il loro territorio, le difficoltà più grandi incontrate, gli ostacoli.

Due mesi fa circa ho incontrato i miei produttori, rispettivamente il Pastificio Antilia di Busca (Cn) e – e qui la cosa si fa difficile – l’ecosistema che ruota intorno all’agnello sambucano, ossia: la Comunità Montana Valle Stura di Demonte, il consorzio “Escaroun” e la cooperativa “Il covo della pecora”.

Mi aspettavo una storia e ho trovato una rivoluzione: conoscere così da vicino i “giovani produttori” ha scosso in profondità il mio approccio al cibo. Lo ammetto: per me il cibo è cultura, ma spesso è gioco, medium, piacere. Ogni tanto capita di dimenticare che quello che mangi è frutto di un lavoro: è facile al ristorante, non sempre con i prodotti, che associ a un gusto, a dei momenti e degli aggettivi e di meno alle persone.
Conversare con Fausto, Marco, Antonio, Stefano, Chiara, Giulia, Cesco e Gianluca mi ha riportato là dove il cibo nasce: prima di essere impacchettato, prima di avere un account twitter, prima di essere assaggiato c’è un cibo che è intenzione, visione, sentimento di appartenenza.

Quando conosci la storia di quello che stai mangiando, non puoi ignorare che questa storia modifica l’approccio a quel cibo: cambiano la percezione del costo, il giudizio sul packaging, cambia la visione  quando chiudi gli occhi e lo mordi.
Cambia tutto, proprio come guardare negli occhi l’animale che mangerai a pranzo, o accarezzare la gallina che ti darà le uova per la torta.
Spesso, per mancanza di tempo, o di curiosità, prendiamo il cibo per quello che è nel momento in cui ci viene servito o lo spacchettiamo: eppure, dedicare del tempo a farci delle domande è utile, per noi e per i “giovani produttori”.

 

* (Lo avete pensato anche voi eh?)

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