Quando un TSO diventa necessario

Andrea Soldi era di Torino, era schizofrenico ed è morto “in seguito a un Tso”.

Ci sono casi in cui gli aggettivi esplodono in quantità, costruendo una mappa semantica che forza la lettura a un’interpretazione netta. Altri in cui le frasi vengono mutilate di proposizioni, commenti, verbi e allora quelle parole stanno lì esatte, ostili a fornire altri significati.
È successo il 5 agosto 2015, a Torino. Di Andrea hanno parlato in tanti, condividendo gli articoli che lo riguardavano più o meno sempre con lo stesso commento “eh, il Tso”: inoppugnabile, testardo, che dice tutti i presupposti di chi della malattia psichiatrica sa poco, e spesso la teme.

I matti hanno abitato i nostri paesi.

Hanno reso timorose certe strade, hanno inquinato i cortili della nostra infanzia come gli zingari che mangiavano le galline crude, e nel presente sono quelli ammansiti che ci portano la cotoletta in ristoranti speciali creati per loro.
Sembrano avere un posto preciso nell’idea di società, e di famiglia che abbiamo: sono nelle cliniche, o in mezzo a una strada. Ogni tanto li incrociamo, ma se sono sotto farmaci potrà capitare di non riconoscerli. Se esplodono, vengono sedati. Se la famiglia non sa cosa fare, verrà effettuato un Tso, che “è ignobile”.
La quotidianità delle persone affette da disturbi psichiatrici non è fatta di idee, o magari ne è sopraffatta: chi soffre di psicosi, di schizofrenia, di disturbo bipolare, chi insomma si trova fuori da sé un attimo prima di rendersene conto, è spesso una persona che non si racconta.

La sua famiglia, nello stesso modo, non ne parla.

Succede perché nelle fasi acute della malattia accadono cose così orribili che la testa, quando riprende a scorrere normalmente, si sforza di rimuovere: ci sono i tentativi di suicidio, ci sono le paranoie, le allucinazioni, ci sono le cose terribili che dici agli altri (i più cari, non gli sconosciuti), c’è il male che fai a te stesso, e ai tuoi amici e parenti.
Le famiglie tacciono, per paura che altri non capiscano. Nel corso degli anni, ricaduta dopo ricaduta, paura rinata dopo che pensavi potesse essere messa da parte, ansia che tenti il suicidio di nuovo ora che le cose sembravano essersi sistemate, il tuo dolore ti appare come qualcosa di insormontabile, impossibile da smontare, troppo ammatassato per essere condiviso.
È una presunzione stupida, malata a sua volta.
Dovrebbe poter essere facile dire

Sai, mia figlia è psicotica è in cura da anni da un bravo psichiatra, ha avuto degli episodi tristi da ricordare anni fa, e ogni tanto saltella ancora con la testa. Stiamo andando tutti da Giulia, una brava psicoterapeuta che una volta al mese ci ascolta nel suo studio, tutto grigio: ci offre il tè, caldo, sempre, anche ad agosto. I farmaci che prende le danno un po’ di sonnolenza, per cui la sera non riesce a tirare tardi, ma se volete andare al cinema ed è un film che le piace rimarrà sveglia. Stiamo pensando a cosa fare quando moriremo, perché lei non si rende conto di quando sta per entrare in una fase acuta: noi ce ne accorgiamo dal fatto che la sua voce cambia ed è il primo sintomo. Poi comincia a raccontare cose assurde, e lì andiamo in pezzi.

Seguono pianti, e altre confidenze.
Le famiglie di persone psicotiche, schizofreniche, affette da disturbi bipolari spesso sono famiglie smembrate che nel tempo hanno imparato benissimo a stare in guardia e altrettanto male a ricucire un equilibrio interno ridotto in coriandoli da ansie, colpe, incapacità.
Trivellate da episodi costanti che negli anni hanno messo barriere tra un prima e un dopo, tra un certo modo di stare al mondo e un altro, dove alcune occasioni smettono di essere ritrovi, feste, chiacchiere e diventano rischi, paure, salti nel buio.

La paura.

La paura che tua figlia, tua sorella, la persona che ami stia di nuovo male paralizza una parte di te, congelando il processo che nella vita quotidiana ti permette di andare oltre, di essere egoista, di dimenticarti che lei esista: la presenza del disturbo permea le pareti di tutti i cervelli coinvolti, anche se sono legati col cuore.
La malattia di un tuo caro prende una buona fetta della tua vita: non ti allontani troppo, lasci il telefono acceso, sei in allarme se lei non risponde. Pensi “ecco, è scappata di nuovo”. Ecco, l’ho persa di nuovo. E perderla può voler dire il rischio concreto di trovarla morta o con la testa talmente piena di pensieri pericolosi da farle così male da non riuscire a tornare indietro.
Quando una persona è affetta da un tumore mortale, non puoi far altro che starle vicina fino alla fine: provi ogni terapia, l’accompagni in ospedale, mostri le sue radiografie ai nuovi medici. C’è una malattia che si mostra nella sua forma, che è comune, che è letale. A un certo punto tocca arrendersi, e vegliare.
Nella schizofrenia, nella psicosi, nel disturbo bipolare arrendersi equivale ad abbandonare, a cessare la lotta contro una malattia che non porta alla morte ma la sfida con impeto.
E se anche non è morte, il delirio non è vita.

Il sistema psichiatrico attuale cura la persona, e ignora la famiglia, che viene lasciata a gestire il rapporto affidandosi al suo buon senso, come se potesse esistere un equilibrio relazionale sano in un sistema dove chi vive con i matti diventa matto a sua volta: non è sensato morire d’ansia, controllare, temere, costringere alla cura.
Eppure succede, quando il familiare non viene aiutato da un supporto esterno, da strumenti terapeutici che curano solo la persona disturbata non intervenendo nelle dinamiche familiari che magari cullano quello stesso disturbo.
Quando ti trovi a raccontare l’intera storia del paziente tuo familiare — succede quando c’è un Tso, quando si cambia psichiatra, quando entri in una nuova clinica dove c’è quel dottore che promette una qualità della vita migliore — ti spaventa quanto sia normalizzante ricostruire quella vita che è anche la tua: quando sei abituato a sputare fuori un pezzetto alla volta e a ruminare il resto, esporre una sequenza di fatti, seppure spaventosi, riallinea un percorso che messo insieme sembra avere qualcosa di nuovo: la possibilità che qualcosa cambi.
Solo mettendo insieme il quadro, solo parlandone questa malattia riesce a collocarsi in una dimensione terapeutica: altrimenti, è lì che ti aggancia agli incubi.

Un Tso può essere necessario?

La risposta è ovviamente sì. Non ci si arriva solo per esasperazione, perché non si hanno altri strumenti, perché nella solitudine in cui la famiglia viene lasciata — o che sceglie — una scelta estrema come questa sembra l’unica possibile.
Un Tso avviene nella normalità di questi tipi di malattia, quando il paziente rifiuta cure che potrebbero salvarlo, quando diventa pericoloso per sé e per gli altri, quando intervenire vuol dire provare a cambiare il corso di una vita. Ma forse anche di più d’una.
Le modalità con cui avviene un Tso dovrebbero essere rispettose del paziente, evitando la forza, l’inganno, la violenza: quando avviene il contrario, ci troviamo di fronte all’ennesima persona che vedendo una persona disturbata vede un muro lavico di pericolo.
A barcollare sono in due, e se una vita si perde, come nel caso di Andrea Soldi, non ci dovrebbero essere affermazioni, ma domande: qualcuno stava aiutando il padre di Andrea? Le persone che gli hanno fatto il Tso erano adeguatamente formate? Quale era il livello di esasperazione di quella giornata?

La malattia fuori di casa

È necessario ragionare in maniera sistemica, portando la malattia fuori dalla casa in cui è nata, stimolando un dialogo tra gli ospedali, gli studi, le scuole, aiutando le famiglie e i pazienti a verbalizzare anche i fatti più terribili. E imparare a raccontare agli altri che il disturbo psichiatrico esiste, che i matti non sono quelli di una volta perché nel frattempo abbiamo imparato a riconoscere il disturbo e a curarlo.
Dire che i farmaci sono indispensabili, e che le crisi non derivano da un’infanzia infelice ma da un cervello compromesso. Che un sostegno psicologico è indispensabile, ma anche l’Abilify lo è.
Dire che un Tso non è uno stigma, come non lo è il disturbo psichiatrico.
Che se non lo capite, siamo qui per parlarne.

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