Non dovresti mangiarlo

Compiti a tavola:
Quante volte al giorno pensi al cibo? Quante volte al giorno pianifichi cosa mangiare?

Ecco: volevo solo parlare di dieta, e alla prima riga sto già lì a titillare il subconscio. Ma: si può davvero parlare di cibo senza parlare di emozioni? E di dieta senza capire quali sono le ragioni emotive per cui mangiamo?

Insomma: Rob Brezsny suggerisce dei compiti a casa per chi legge l’oroscopo, e da un po’ di tempo a questa parte io suggerisco i Compiti a tavola: invito a prestare attenzione a come mangiamo, e al perché mangiamo. E faccio domande per aiutare le persone a rispondere.

Oggi queste domande partono dalla dieta, un argomento di cui parlo su questo blog da anni, perché la pratico da anni. Ma andiamo con ordine.

La mia storia di diete

Ho seguito la prima dieta nel 2009, nel 2015 ho perso 13 chili non per dieta ma per coliche, nel 2017 ho ricominciato una dieta per sentirmi più bella. Il corpo visto da fuori, al centro, e ci sta, ma anche: che miopia.
All’inizio del 2021 ho cercato una dietista per una ragione più funzionale: volevo un’alimentazione che mi aiutasse con problemi a livello intestinale, e insieme perdere peso per camminare in montagna con meno fatica.

Nel 2021 ci sono arrivata con un corpo diverso: praticando sport in maniera regolare, con un metabolismo più lento, e con un occhio più attento sulle connessioni tra cibo e affaticamento, pelle, energia.
Ho cominciato la dieta, ho perso peso, poi mi sono fermata, e intanto è più di un anno che la mia dietista è diventata un alter ego della mia psicologa. Un anno e più che mi chiedo: cosa costa cambiare le nostre abitudini alimentari? Perché cerco un appagamento così profondo attraverso il cibo?
Osservo la fame come osserverei una persona, e sapete: la fame mi provoca un fortissimo disagio emotivo ed è uno dei motivi per cui la anticipo sempre.

Che fame hai?

La fame è qualcosa che dovrebbe partire dal corpo, e invece è un circo.
Lo dice meglio Beatrice Margani, la mia dietista, in un post su Instagram.

Il nostro corpo si dovrebbe regolare sulla reale fame fisica, gestita da tutta una serie di neurotrasmettitori e ormoni (grelina, leptina, insulina, cortisolo…) che gli permettono di sentire le sensazioni di fame e sazietà. Per diversi motivi (stile di vita, stress, educazione, condizionamenti sociali…) capita che questi meccanismi si alterino.

Beatrice cita il Mindful eating, una disciplina che invita a indagare con consapevolezza il modo in cui ci nutriamo: con tutti i limiti che gli attribuisco, ho trovato molto stimolante la lettura del libro “Intuitive Eating” (link aff). Qui ho ritrovato delle chiavi di lettura relative al cibo che mi sono risuonate molto. Vi lascio un estratto relativo ai principi del Mindful Eating: la traduzione è mia.

Gestisci le tue emozioni con gentilezza

Per prima cosa, riconosci che le restrizioni alimentari, sia a livello fisico che mentale, possono provocare una perdita di controllo, che potrebbe indurre una fame emotiva.
Cerca modi gentili di confortare, nutrire, distrarre e risolvere i tuoi problemi. Ansia, solitudine, noia e rabbia: sono tutte sensazioni che conosciamo e affrontiamo durante la nostra vita. Ogni emozione ha la sua origine, e ognuna ha il suo appagamento.
Il cibo non risolverà nessuna di queste sensazioni. Forse a breve termine potrà portare un po’ di conforto, distrarti dal dolore, intorpidire. Ma il cibo non risolverà il problema e alla fine dovrai andare oltre e affrontare le sue cause.

Quindi: dove si forma il legame tra fame ed emozione?

  • Ci sono almeno due livelli in cui il cibo interviene nella costruzione della nostra fame, e del modo in cui mangiamo: il primo è quello interno quello del bisogno fisiologico. Abbiamo fame e mangiamo. Piangiamo per avere latte, da piccoli. Piangiamo per avere attenzione, da adulti. Perché il secondo livello non occupa il corpo, ma la testa: la fame non è necessità nutrizionale ma una proiezione di aspettative. Come vorremmo sentirci, chi vorremmo essere.
  • Poi c’è un altro livello: la fame è la risposta al contesto dove cresciamo. La nostra famiglia, la nostra città: il cibo come premio e come privazione, come obbligo o scarsità, la fame come desiderio e come punizione.
  • La nostra fame nasce prima di noi: dalle ricette e dai corpi delle nostre famiglie, dal modo in cui conviviamo con le emozioni, dalle abitudini di anni di narrazione del nostro corpo da parte della cultura in cui nasciamo.

Che dieta fai?

Se vi chiedessero “Cosa è una dieta?”, cosa rispondereste su due piedi?

Prendo a prestito le parole di Chiara Ferrari, una nutrizionista con un focus sulla sostenibilità, che è stata una mia cliente.

Veniamo da anni in cui la dieta era quella finestra temporale di 3-6 mesi in cui portava rapidamente al peso desiderato e tanti saluti. Si tornava alla normalità delle vecchie abitudini e con più o meno tempo si tornava anche al vecchio peso.
Quello che si cerca di fare ora è restituire alla dieta il significato di stile di vita che le appartiene. Qualcosa che dura tutta la vita, che ha poco a che fare con grammature strette, e che invece deve essere sostenibile nel tempo per la persona.

Quanto ha ragione, e che ottimismo, penso: la dieta non dovrebbe essere solo una questione di deficit calorico, ma uno stile di vita che anche attraverso il cibo ci permetta di vivere meglio, in equilibrio.

E il punto è proprio questo: quanto, come esseri umani emotivi e insieme condizionati dal contesto in cui viviamo, sappiamo riconoscere e fissare un equilibrio corretto attraverso il cibo? Non è solo una questione di voler godere: se fosse così, in una condizione di equilibrio, nessuno di noi godrebbe fino ad avere conseguenze negative. E invece abbiamo il colesterolo alto, il fegato marcio, il cuore lento e la circolazione manomessa. Ci piace magnà perché ci piace vivere, anche se col cibo aumentiamo il rischio di vivere peggio, e meno.

Abbiamo credo tutti cominciato una dieta: entriamo in un regime di abitudini diverso rispetto al giorno prima, seguiamo un piano alimentare per un po’ di tempo, ci esaltiamo, e poi ci sentiamo sconfitti. O almeno: questo è il circolo in cui vivo io.
Da un anno, dicevo all’inizio, sto osservando perché alimento – è il caso di dirlo – questo circolo: amo il cibo, e mi definisco attraverso il cibo e questo è un enorme indizio. La mia storia è fatta di sugna e limoni, di vongole e carne cruda, di tavole silenziose e intime. Ma sono fatta anche di ansia e di controllo, di noia ed entusiasmo e per anni il cibo ha guidato queste emozioni: le ha accompagnate con la spesa e con la merenda, tra l’organizzazione e la compulsività.

Ha ragione quindi Chiara e anche la mia dietista: la dieta dovrebbe essere uno stile di vita, ma le vite sono disordinate, e il cibo può essere una bacchetta magica per fingere di metterle in ordine.
Ci nutriamo per ragioni fisiche, scegliamo cosa mangiare per ragioni emozionali: in mezzo ci sono le diete e spesso sono una lotta per capire chi tra le due ragioni prende il sopravvento.

Non dovresti mangiarlo

La fame è come il corpo: è personale, familiare e, per nostra sfortuna, anche culturale. Non ci sono ragioni per cui molti cibi siano visti come proibiti se non un certo tipo di cultura, che dalla società arriva alle famiglie: chi fa piani alimentari lo sa. Si può includere tutto nella giusta frequenza, qualità e quantità: è il mantra della mia dietista che mi ha messo anche pane burro e alici nella dieta.

Solo che non cambiamo testa e cultura con una dieta: non è sufficiente a mettere via le sensazioni sgradevoli di quando mangiamo cibi molto calorici, e in grande quantità. Ci pensiamo se mangiare quelle patatine o quel gelato, perché quando li guardiamo siamo costretti tra il “Non dovresti mangiarlo” e “Ne avrei voglia”: la fame non è sempre un dialogo sereno. E quando alla fine decidiamo di mangiarlo, ci sentiamo in colpa per averlo fatto.

E quindi: viva le diete come stile di vita, e lo dico senza ironia. Si mangia meglio e si vive meglio, ed è un dato di fatto. Ma cambiare abitudine è scrollarsi anni di automatismi e di condizionamenti emotivi, e fisiologici: non è facile.
Alla fine quindi chi lo fa il lavoro sulla dieta se è anche un lavoro sulla testa, sulla cultura, sulle relazioni? La dietista può dare gli strumenti e indicare una strada, ma dobbiamo essere noi a percorrerla. Sì: proprio come la psicoterapia.

Compiti a tavola:
Per la prossima settimana sostituisci il cibo come antidoto alla noia con un’attività a tua scelta: imparare una canzone nuova, disegnare Saturno con il mouse o ballare in pigiama di fronte al frigo.

[Photo by Towfiqu barbhuiya on Unsplash]

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