Gli anni delle case

Quando sono entrata in questa casa ho dormito a lungo per terra: venivo qui a pulirla, a portare un pezzo di vecchie case, ad aspettare il forno, la lavastoviglie, il frigorifero.
Ero stanca: era il mese di luglio del 2015 ed era un’estate caldissima.
Avevo scelto la mia nuova casa, la prima totalmente da sola, per la luce, e anche per il ripostiglio.

Era vuota: ci avrei portato l’armadio, il letto, e il resto lo avrei comprato da zero. Volevo uno spazio mio, dove riadattarmi. Uno spazio che fosse la mia tana, ma anche il modo per dire: eccomi, sono questa persona qui.

Scegliere come arredarla è stato molto complicato all’inizio.

Ricordo gite all’Ikea inconcludenti, e lunghi pianti di fronte alle librerie e ai comodini: mi sentivo debole, stavo rimettendo su le mie risorse.
Avevo divorziato da poco, mi stavo ricostruendo: per un anno ho tenuto la testa bassa e mi sono gettata nel lavoro, e dopo un anno è riemerso tutto a galla.

Chi ero io, ora che non ero più in coppia, chi ero io ora che non vivevo più nella casa con vista sul parco, chi ero io ora che dovevo arredare uno spazio con una me che stavo conoscendo un po’ alla volta.

I mobili che sono arrivati all’inizio sono stati scelti lanciando una monetina in aria e facendo testa o croce: era un periodo in cui ero bloccata su tutti i fronti, e sono stati i mesi in cui ho seguito un percorso di psicoterapia strategica breve.

Quel tipo di terapia funziona senza molte parole: l’assunto è che si cambia facendo.
Ne avevo parlato qui, se volete approfondire.

La terapeuta mi suggerì di prendere decisioni lanciando monetine: sembra assurdo a dirlo ad alta voce, ma con quel suggerimento sono tornata all’Ikea, ho pianto di nuovo, ho tirato una moneta da 1€ in aria e poi ho messo nel carrello la libreria, il mobile di vetro nero che ho in bagno e un paio di altre cose.

Il primo mese in questa casa ero così stanca che mi addormentavo sul pavimento quando venivo qui per qualche ora: il pavimento era l’unica cosa fresca di quell’estate, ed è dal pavimento che ho immaginato tutto il resto.

In camera da letto ho il parquet, in bagno delle mattonelle rosa: il resto della casa è di graniglia, con delle venature azzurre in cucina e gialle in sala. Pisolino dopo pisolino, ma anche straccio dopo straccio, ho pensato a delle palette di colori per questi spazi.

Così in cucina è arrivato il monoblocco della Steel in azzurro.

E in sala la mensola gialla, e il divano tortora.

Poi è rimasto tutto fermo, per due anni: niente lampadari, niente quadri appesi, niente decorazioni.
Pensavo: tanto cambierò di nuovo, perché appesantirmi? Andrò di nuovo via, non ho una famiglia qui a Torino, non ho radici, perché avere un legame di chiodi, colla e viti con un appartamento che abito in maniera temporanea?
Non riuscivo a sentirmi a casa, rimandavo l’appartenenza.

Eppure i quadri di Andrea Simi avrebbero dovuto suggerirmi pazienza.

A novembre del 2017 qualcosa è cambiato, e di nuovo grazie alla psicoterapia – una terapia diversa da quella strategica e di cui vi ho parlato qui

Raccontavo alla mia terapeuta dell’incompletezza di questa casa, di come mi sentissi poco a mio agio qui. Non mi sembrava ci fosse una soluzione percorribile, e forse è sempre così in alcuni contesti che sembrano fatti di stoffa e invece sono sabbia e fondali.

La casa dice molto di sé, di come si prende cura di lei. Faccia in modo di sentirsi bene, quando è a casa

mi disse.

A novembre del 2017 ho appeso i quadri nello studio, e tutti i lampadari.

Per anni ho cercato una testata del letto, e ho deciso alla fine di metterci dei pesci, perché gli acquari sono uno dei miei luoghi preferiti al mondo.

A inizio del 2019 sono arrivate le sedie di Rexite, grazie a una collaborazione con l’azienda: sono due sedie nere, si chiamano Olivia Wood.

Olivia ha assecondato un lato di me che ho espanso in altre parti della casa: quello innamorato del design, ma anche un po’ di angoli creepy. Piante botaniche, cuori e altri organi umani.
Ogni angolo si apre su altri lati, e la casa diventa sempre più armonica.

Qualche giorno fa scrivevo su Instagram

Il lato bello è che la tua maturità coincide con la completezza degli spazi che abiti: da quando entri in un luogo neutro a quella che diventa la tua tana, in mezzo c’è un percorso di mesi e anni in cui non solo riconosci il bello, ma fai pace con quello che per te, è solo per te, vale la pena tenere. Anche se non è perfetto, anche se è diverso.

Sabato ho completato l’ultima parte della casa che mancava, quella del bagno: ho comprato delle tende di tessuto grigie, e ora cerco un bastone nero, da abbinare alla medusa.

Questa casa è il pieno ritratto di me, e del mio benessere: quello che è appeso, fissato, le travi, le mensole, i quadri alle pareti, la carta da parati, non sono solo arredamento.

Ogni cosa che ho scelto, è una parte di me che ho aggiustato. Ogni colore, è il colore che do alle mie giornate. Ogni quadro è un ricordo e una promessa, ogni pentola è un invito, ogni sedia è un amico.

Credevo che una casa completa fosse un macigno, ma invece, cosa vi devo dire: non ho voglia di essere altrove. Nel frattempo la mia vita è cambiata altre mille volte, ed è buffo: sulla carta sono qui in questa casa da freelance single come lo ero 4 anni fa, ma 4 anni fa ero un’altra persona, e questa era un’altra casa.

Stare bene nel luogo in cui ci si trova forse vuol dire essere in pace con chi si è.

E quindi, buona casa a tutti.

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