Dimenticarsi il cibo

Ieri sono tornata da Milano e ho aperto il frigorifero: olive, pezzi di formaggio, sottoli aperti da mesi, un sedano morto, e dei broccoli lessati che dovevano essere mangiati tre giorni fa. Un frigorifero inanimato, che non si rigenera da solo.

Esiste un immaginario fotonico su quello che il frigorifero promette: ingredienti rigogliosi che si assemblano da soli, ripiani abitati da cibi che hanno bisogno solo di un po’ di calore per essere ingeriti, bevande che se lasciate fuori deperiscono e che dentro, al fresco, si conservano per dissetare nei momenti bui.

Il frigorifero è la nostra dispensa del fresco, quella che accudisce una spesa di ingredienti vivi: le verdure, la carne, il pesce. È il segno, se ce ne prendiamo cura, che ci stiamo prendendo cura di noi attraverso il cibo.
Dimenticarsi del frigo è l’ultimo livello di quando ci si dimentica di sé, di quando, nell’ordine del tempo che passa, si smette di pensarsi come qualcosa di vivo da nutrire, a cui dare calore.

Se fossimo sempre intelligenti – ma chi lo è? – ci accorgeremmo di dove stiamo arrivando, e lo potremmo fare leggendo la nostra storia del cibo.

Il primo passo è attaccarsi al take-away.

Quello goloso ma anche curato. Il basmati del ristorante indiano sotto casa, il sushi fatto bene, la pizza con quelle olive che ti piacciono tanto: non hai tempo per te, ma non sei ancora arrivato al punto di smettere di avere voglia di tutto. E quel cibo porta con sé un contatto umano, fosse solo perché lo porta qualcuno che bussa a casa tua, o perché sai che dietro quel piatto c’è una cucina fatta di persone.

Poi arriva la dispensa di casa.

Qui il desiderio di farsi felice col cibo diventa più flebile: l’esigenza diventa nutrirsi, e lo si fa in maniera monotona. Pasta in bianco, gallette di riso, barattoli di legumi. Il sapore non conta, e il pranzo e la cena sono banali risposte a degli stimoli fisici: si interrompe il legame con la  dimensione confortevole del cibo, quella che è fatta di desiderio, di gola, di curiosità.

Ogni tanto fa capolinea il junk food.

Patatine sul divano, cioccolata a letto, ma presto scompaiono anche quelli, che diventano una soddisfazione di cui si ha sempre meno voglia.

Dove si mette il tempo quando si smette di prendersi cura di sé? Non nel frigo, non davanti ai fuochi, non facendo una spesa sana e di stagione: si legge, si lavora, si prendono decisioni sbagliate, e si spera che tutto questo finisca presto.

Perché cucinare è il sintomo più evidente dell’affetto che proviamo per noi o per quelli a cui vogliamo bene: quando smettiamo di farlo, quando sui fuochi cala uno strato polveroso, quando smettiamo di far andare la lavastoviglie e il frigorifero non viene animato dobbiamo chiederci per quanto continuare così.

Domandarci come reagire, a cosa attaccarci, se è il momento di scuoterci: nel dubbio, oggi faccio la spesa.

Ci sono 3 commenti

  1. Allora io ho una spasmodica cura di me stessa ^_^ E devo proprio amarmi alla follia!!!
    E’ stata una scelta di vita, senz’altro. Un percorso difficile, ma appagante.
    Un abbraccio Maria Chiara, buona giornata.

  2. Ottima analisi. Quando scarseggiano le verdure del mercato nel frigorifero, capisco di star lavorando troppo. Oltre il frigo, lo specchio della mia anima sono le cure che dedico al lievito madre.

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