Fare lavori diversi: un bilancio

Tra metà e fine aprile ho 4 interventi pubblici, tra talk e reading: 4 occasioni pubbliche in cui sono stata invitata a parlare di cibo, in termini abbastanza diversi. Ho pensato di raccontarvi come li sto preparando, e perché dovremmo far pace con la pratica della trasversalità, e col fare lavori diversi in ambiti che a volte non si incrociano. Anzi, come prima cosa ribattezziamola, e chiamiamola interdisciplinarità.

Secondo la definizione della Treccani, per interdisciplinarità si intende:

Sul piano soggettivo, l’atteggiamento intellettuale e la ricerca concettuale orientati verso la promozione e la definizione di ciò che collega le scienze tradizionali e le più recenti specializzazioni in un sapere unitario, che d’altra parte accoglie e valorizza la molteplicità e varietà delle conoscenze acquisite nella storia delle culture e delle civiltà, e soprattutto nel progresso del sapere scientifico.

Vedete come suona meglio? Un po’ come multitalento al posto di multipotenziale. Non siamo qualcosa in divenire: siamo già diventate.

I 4 talk di aprile

  • Chieri, 12 aprile: alle 19.30 intervengo al Festival dell’Agricoltura Sociale all’ex Mattatoio di Chieri. L’evento è organizzato da Hubbuffate, un marketplace e promotore di eventi piemontesi. Insieme a me, nutrizionisti, psicologi e agricoltori. Segue cena su prenotazione.
  • Torino, 19 aprile: alle 8.30 terrò un talk in Fondazione Paideia per CreativeMornings, la più grande comunità creativa del mondo che una volta al mese si incontra per colazioni di networking in spazi sempre differenti. Il tema è “Spicy”, e parlerò di peperoncini: quelli che si mangiano, ma non solo.
  • Torino, 20 aprile: tengo un reading a Disquisito, l’evento che festeggia i primi dieci anni di Mercato Centrale, curato da Luca Sofri e Anna Prandoni, realizzato in collaborazione con Linkiesta Gastronomika e Il Post. Il titolo è “L’amore ai tempi della pasta e vongole: viaggio tra le parole di chi ama attraverso il cibo”, ed è alle 16.00 al Cocktail Bar.
    Per info e prenotazioni, scrivete a info.torino@mercatocentrale.it
  • Torino, 21 aprile: chiudo il tour con un secondo intervento a Disquisito, stavolta un po’ tra il ridanciano e il critico con uno speech su “Come scrivere una recensione, senza sembrare persone cattive”. Alle 11.00 al Cocktail Bar.

Poi parto per il Mozambico, ma di quello ve ne parlo in un altro momento.

Melograni e carciofi - Saghar Setareh - Slow Food

Come si preparano dei talk

  • Prima di tutto, vengono le call: in genere, a meno che non ci siano delle scelte editoriali dettate dall’alto, l’argomento dei talk è frutto di uno scambio. Tra chi ti invita, e conosce la platea e ha visto in te la persona adatta a intrattenerla, e te, ossia la persona che ha dimestichezza con certi temi e possiede le competenze per portarli su un palco.
    Qui c’è un primo bivio: puoi scegliere di parlare di qualcosa che hai già pronto / immagazzinato altrove, o puoi correre il rischio di fare qualcosa di nuovo. Per i tre talk pubblici, ho scelto la seconda strada.
  • Poi viene la preparazione, che nel mio caso consiste nella ricerca bibliografica e web: sono settimane che spazio tra saggi, romanzi, ricette, articoli di geopolitica, podcast, newsletter, storie personali. Leggo ed evidenzio con Highlights o scansiono con Dropbox, e inserisco nella cartella del talk corrispondente, finché non ho accumulato abbastanza materiale da organizzare. Il problema è fermarsi: ho scelto un lavoro che mi permetta di imparare sempre, e a fare ricerca ci prendi sempre più gusto.
Dan Saladino - Einaudi
Dan Saladino – Einaudi
  • La terza fase riguarda l’organizzazione del discorso: con cosa cominciare, dove mettere quel pezzetto e quella citazione. Scrivo i raccordi. Faccio una scaletta. Capisco come portare avanti una tesi, un argomento, in modo da mantenere viva l’attenzione delle persone.
  • E poi vengono le slide, in questo caso molto snelle o quasi assenti, e il cronometro: per Hubbuffate ho 10 minuti a disposizione, per CreativeMornings 20, per Disquisito 40. Provo lo speech ad alta voce con il timer alla mano e vedo se tagliare, o aggiungere.
  • Ah no: devo capire cosa indossare, perché insieme alla mia voce porto il mio corpo in uno spazio pubblico, e voglio che tutto lasci un’impronta, e racconti chi sono.

Il mio lavoro col cibo

Dopo anni passati a martellarmi l’esistenza perché non mi sono specializzata abbastanza, ho realizzato di aver conseguito una capacità rara:

quella di raccontare il mondo e le storie attraverso il cibo, in maniera interdisciplinare.

Credo che sia per questo che a Disquisito sono la sola content creator e foodwriter di Torino che è stata invitata a parlare, a fronte di colleg* bravissim* ma magari più verticali.

Mentre raccoglievo il materiale per i talk, ho constatato con sorpresa la vastità eterogenea delle fonti a cui ho accesso, e il modo genuino con cui riesco a tenerle insieme: dall’estratto del romanzo della foodwriter al paragrafo su come funziona la capsaicina a livello chimico e gustativo, passando per il rapporto tra i soldi che spendiamo e le aspettative che abbiamo.
Questa trasversalità riguarda anche le relazioni, per cui ho ottimi rapporti con settori molto diversi tra loro: libri, ristoranti, pr, psicologhe, nutrizioniste, editori e così via.

Lao Torino
Lao Torino

Però, ecco: sono anni che studio e lavoro sul cibo, a livelli diversi. C’è la competenza del prodotto o del luogo, che arriva dagli anni trascorsi a scrivere per riviste e dalla mia attività da creator. C’è la parte legata alla ricerca per la scrittura di blog di aziende, e l’esperienza professionale legata a determinati settori: cioccolato, caffè, olio. C’è la mia attività da lettrice, di romanzi e saggi, per il sano gusto di farlo.
La scrittura per i podcast mi ha fornito consapevolezza su certe strutture narrative, i talk che ho tenuto in giro negli anni mi hanno regalato una certa scioltezza sul palco, la consapevolezza ambientale mi ha spinto a informarmi sulle dinamiche di filiera e sulle origini dei prodotti.

Un mischione, come lo definisco io, o per rimanere in tema: essere una pasta di curry e non un granello di pepe.

Un bilancio positivo, come si fa

Il valore del mio lavoro è stato nutrito, e non eroso, dalle diverse esperienze professionali: mi rendo conto che non è scontato fare un bilancio del genere, perché io per prima non l’ho fatto per vari anni. Molte persone rimangono disunite, e soffrono il non trovarsi in un punto determinato in una carriera lineare: affiancano esperienze diverse che sembrano non dialogare.

Ci sono un paio di pensieri e una citazione finale con cui vorrei lasciarvi, che magari possono essere di slancio a una revisione di questo bilancio.

  • Non è necessario, sempre, unire tutti i puntini. O meglio: ha senso offrire un racconto coerente, a chi non ci conosce, ma in fondo il racconto non è altro che la riscrittura soggettiva di una selezione della nostra vita, professionale e personale.
  • L’appartenenza a un ambito è sopravvalutata, se non sappiamo a cosa mirare come ambizione, stimolo, benessere: cosa conta per noi, in maniera radicale, rispetto al lavoro che abbiamo scelto, o che ci è capitato.
    Ad esempio: amo il cibo perché sa tenere insieme terra, gusto, politica, incontro. Coltivo la scrittura e la progettazione dei contenuti perché mi permettono di migliorare la qualità della mia ricerca sulla creatività. Questo tipo di pensieri vi fornisce delle radici.
  • Certo che conta l’autostima, e il volersi moltiplicare anziché appiattirsi, e su questo sempre viva la terapia.
Pancake salati - piattini caffè e vini - torino
Pancake salati – piattini caffè e vini – torino
  • Il valore di fare qualcosa di diverso, perché si viene da percorsi differenti, va esplicitato nel modo in cui questo impatta sul valore e i bisogni delle persone: qui non ci siamo più noi, ma i nostri clienti.
    Ad esempio, io posso offrire competenze gastronomiche e capacità di scrivere in ottica SEO. Nella mia attività di creator, so come narrare un prodotto toccando corde emotive, perché è la cifra del mio storytelling.
  • In ultimo, vorrei lasciarvi con un estratto di una newsletter di Nicoletta Cinotti. Non parla di marketing, ma di consapevolezza, e di dissociazione. Mi ha fatto l’effetto di un pugno in un occhio perché per me è stato esattamente così, quando si è trattato di riconoscere il valore delle mie esperienze. Penso che ci si possano ritrovare varie persone che hanno 40 anni, o giù di lì: siamo stati cresciuti con un’idea di percorso di carriera e ci siamo trovati a vivere in un mercato che in pochi casi lo rende plausibile. La dissociazione è la risposta minima, mi verrebbe da dire.

Hai presente la sensazione che si prova quando, improvvisamente, ti accorgi di qualcosa che hai sempre avuto sotto gli occhi? Quando la realtà ti sveglia dal sonno mettendoti davanti quello che era evidente a tutti meno che a te?
Come mai a volte siamo così alieni da noi stessi da non accorgerci di che cosa sta succedendo? Capita anche in meditazione. Arriva un pensiero e ti trasporta altrove, lontano da dove ti trovi e quando torni presente è come se atterrassi. Questo è uno degli effetti della dissociazione. Fra tutte le difese è quella che è più silente e difficile da scalzare. Perché richiede consapevolezza.
[…] La dissociazione ci rende alieni a noi stessi. Mette sotto silenziatore, congela, i nostri più intimi bisogni. Per evitarci un dolore evitiamo di sentire.
[…] La vita ci chiede radici, ci chiede responsabilità e scelta. Raramente essere come tu mi vuoi conduce alla felicità. Perché, prima o poi qualcosa ci sveglia e ci dice quanto è stata sbagliata la nostra posizione. E ci ricorda quanto è urgente tornare sulle proprie gambe. In quel momento la consapevolezza può essere dolorosa ma rende liberi e presenti.
Essere come tu mi vuoi fa rima con non essere presente. E quell’assenza prima o poi pesa più di mille dolori.

Il vero senso di appartenenza si crea solo quando presentiamo al mondo il nostro sé autentico e imperfetto e non può mai superare il nostro livello di auto-accettazione. Brenè Brown

Per parlarne, vi aspetto su Instagram.

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