Lavorare a Torino: le reti, gli accessi, le esclusioni

Sabato sono andata a fare colazione alla Farmacia del Cambio, qui a Torino: vado ogni volta che posso, e ogni volta mi chiedo se abbiano cambiato biografia su Instagram o se si definiscono ancora una “Gastroboutique in formula asporto chic”.

Capita sempre più spesso che vada lì e ne esca con un senso di frustrazione: non capisco perché una pasticceria rinomata in centro apra alle 9 invece che prima, e soprattutto rimango incredula perché non trovo quasi mai il pain au chocolat*.
Quando arrivo intorno alle 10, spesso è terminato, e quando chiedo perché mi dicono che preferiscono farne di meno per evitare che non ci siano prodotti in eccesso.

Ogni volta mi chiedo quanto sarebbe difficile tenere il conto delle richieste di pain au chocolat, e aumentare la produzione di conseguenza: e invece, sèmper parej, ossia “sempre così”.
(Lo so: “Abbiamo sempre fatto così” si traduce in “l’uma semper fait parej”, ma semplifichiamo).
E quindi, qui a Torino, se si è sempre fatto in un certo modo, mica si cambia.

*First world problem, lo so.

La mia esperienza con il mondo del lavoro a Torino

Quella del pain au chocolat della Farmacia del Cambio è uno dei tanti esempi di un certo modo di lavorare a Torino, e anche di come mi sento dopo sette anni in questa città.

Ho deciso di scrivere questo post perché nelle ultime settimane, chiedendomi il perché di un senso di rabbia sempre più forte, ho provato a condividere pensieri e riflessioni con alcune persone, e il risultato è stato sempre lo stesso: il confronto mi ha fatto sentire meglio, e meno isolata.
Ma partiamo dall’inizio, da sette anni fa.

  • Quando sono arrivata qui era il 2012, venivo da Milano e da quattro anni di Fnac, e ho trovato lavoro in un’agenzia, che mi ha assunto come social media manager “perché facevo la blogger”: aveva senso? Certo che no, e infatti in quell’agenzia ho lavorato per un anno e poi mi sono licenziata.
  • Mi sono messa in proprio a marzo del 2013, e da quando sono freelance ho lavorato con 7 aziende torinesi come consulente, e con 2 da influencer: il resto delle mie collaborazioni si sono svolte sempre altrove, da Milano a Roma fino a Verona.
  • Sono stata contattata per alcuni preventivi da consulente, spesso ritenuti troppo alti.
  • Sono stata ignorata da agenzie e Pr, perché spesso chi fa l’ufficio stampa a Torino ignora la realtà digital, o anche perché ho la fama di lavorare solo e per (troppi) soldi.
  • Tutto quello che viene dal mondo del turismo (Torino e Piemonte) non mi ha mai coinvolta in nessuna iniziativa, sia a livello locale che regionale.
  • Ho tenuto delle formazioni in Camera di Commercio per i Maestri del Gusto, realtà con la quale ho collaborato su più fronti e sempre in maniera felice.
  • Mentre sono stata chiamata per delle formazioni da diversi enti e Università, qui a Torino ho insegnato per Zandegù e basta: ho provato a proporre diversi corsi alla Holden, ad esempio, ma non ha funzionato.

Insomma, ci sono molti esempi, dicevo, ma questo non vuole essere un elenco che punta il dito o che invoca del vittimismo: quello che è successo a me, qui a Torino, accade in maniera sistematica.

L’accesso, le scale, i corridoi

All’inizio ho pensato che tutto questo fosse il frutto una sbadatezza, il passo verso una relazione da coltivare: pensavo che aziende, agenzie, concorrenti, freelance sapessero che a Torino si era trasferita una consulente e content creator specializzata in food, poi founder di una casa editrice di guide gastronomiche, poi host di un podcast, e che non mi avessero a mente, che non mi conoscessero. Che dovevo coltivare le conoscenze, il networking. Che in qualche modo sarebbe arrivato il momento in cui sarei stata coinvolta e invitata di più.
Ma sapete cosa, qui a Torino non funziona così.

Mi sono accorta molto presto che Torino ha le dimensioni della città, l’ambizione al benessere di un placido paese di campagna, le idee creative della metropoli e una scarsa capacità a fare rete e lavorare duro per realizzare e valorizzare le idee: Torino è come molte piccole città d’Italia, con la differenza che non è piccola, non è povera, non è brutta.

Torino è stupenda, ma è pigra, diffidente, e miope: accentra il poco potere che ha nelle mani delle stesse persone, non ridistribuisce ruoli a chi non sa da dove arriva. Torino ha paura di essere cambiata, Torino non vuole faticare per cambiare. Sèmper parej, e ci sta bene così.

A Torino puoi accedere ad alcuni lavori creativi solo se hai studiato alla Holden, puoi occupare dei ruoli politici forti solo se hai studiato al Politecnico, puoi lavorare come consulente di comunicazione se sei andato a scuola con certi giornalisti, e così via: non sto raccontando nulla di nuovo. Scommetto che succede nei vostri paesi, nelle vostre città.
Succede nel food, nell’arte, nella politica: succede in Italia, dovunque.

Succede perché gli accessi sono pochi, i corridoi sono stretti e le stanze del potere sono per persone che invece di demolire le pareti e vedere crescere palazzi vogliono stare comodi nelle loro stanze senza finestre.
Succede dovunque, ed è un peccato dovunque.

Cosa è la scarsità

Il principio di scarsità, così come formulato da Cialdini, dice che quando le cose diventano meno disponibili, diventano più desiderabili: qui a Torino questo principio è applicato in maniera così capillare che quello che può essere desiderabile alla lunga diventa respingente. Ma sapete: ci perdono tutti.

Un esempio: a breve si sarebbe dovuto tenere a Torino Buonissima, un evento gastronomico dalla comunicazione a mio parere zoppicante, rimandato poi al 2021 a causa dei nuovi decreti di sicurezza.Qui sotto un esempio per farvi capire di cosa parlo, dove mi rivolgevo a Luca Iaccarino, uno dei giornalisti ideatori di Buonissima, con alcune domande sulla comunicazione.

 

Quando non ho ricevuto l’invito per la conferenza, ho scritto ad alcune persone che come me lavorano sul web: loro lo sapevano dell’evento? E indovinate: no, non lo sapevano.

Poi ho letto i testi del sito, ho visto poi il programma, ho pensato: ah, l’ennesimo evento per dei torinesi che vogliono che poche persone sappiano del loro evento. Quando i primi anni criticavo la posizione di understatement rispetto alla comunicazione di certi eventi, che sembrava non volessero farlo sapere a nessuno, mi si diceva

Sei milanese.

Io rispondevo

È comunicazione, sono soldi, è lavoro.

Di nuovo: succede a molti di voi, immagino. Scoprire che nella vostra città stanno organizzando eventi nel vostro settore al quale non siete stati invitati, o a cui avreste potuto dare un efficace contributo.
E invece no, cordoni stretti e sèmper parej.

Quattro conclusioni

Come ho scritto all’inizio, ho provato a capire perché fossi così arrabbiata: so essere sanguigna, ma sono anche una che non vive di invidie e rancori. Torino, confesso, ha saputo tirare fuori il meglio e insieme il peggio di me.

Credo che oggi la pandemia abbia modificato gli orizzonti professionali di tutti: ha ampliato l’online, e ristretto ancora di più l’offline. In sintesi, non siamo potuti più fuggire da quello che avevamo sotto il naso.
E oggi chi vive a Torino e ci lavora, lo fa spesso in condizioni faticose, poco professionali, poco stimolanti, poco contaminate.

Parlarne con alcune persone mi ha aiutato a capire che quello che vi ho raccontato sopra non è il caso isolato di una ragazza di Salerno che si trasferisce a Torino e non lavora molto bene in questa città, ma che questa esclusione succede a moltissime altre persone: a chi è nato in un quartiere invece che in un altro, a chi ha studiato qui o lì, a chi conosce Tizio e non Caio.
Tutti hanno detto le stesse frasi: “si lavora solo per conoscenze”, “mi sono sentita esclusa”. E così via.
Ora, ne parlo per quattro motivi:

  1. Perché finché non se ne parla, le cose rimarranno così. E so benissimo che parlarne da un blog e dal mio ruolo professionale non cambierà la realtà dei modi in cui si connettono i nodi torinesi, ma è un sasso, un inizio.
  2. Perché andare avanti per scarsità e grettezza renderà questa città più angusta e grigia: questa città è oro da tanti punti di vista, ma è ora che cambi marcia. Abbiamo visto andare via manifestazioni ed eventi, persone e menti: vogliamo forse farci sfuggire altro?
  3. Confrontarsi su questi temi mi è servito per creare dei legami con delle persone e delle realtà con cui collaboro, che lavorano su altre frequenze: parlare di quello a cui teniamo serve a farci riconoscere, e quindi eccoci, noi torinesi e non sabaudi.
  4. C’è un modo diverso per fare le cose che non ho ancora capito? Lo chiedo con tutta la semplicità possibile, dal punto di vista di una persona che ragiona per competenze, meritocrazia, compensi equi: c’è qualcosa che posso fare di diverso? O l’alternativa è lavorare fuori Torino così come ho sempre fatto?

Spero che questo dibattito sia utile: ditemi la vostra, confrontiamoci, desabaudizziamoci <3

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Ci sono 20 commenti

  1. Penso sia un’atteggiamento molto diffuso in Italia il bloccare gli accessi ad ogni settore. Il fare barriera per proteggere se stessi e i propri interessi e rimanere nella propria comfort zone. Succede sia al nord e sia al sud. E un problema culturale ed educativo dell’intero paese. Comunque per esperienza anche all”estero ci sono i gruppi chiusi dove e’ difficile accedere anche se in Italia questo tipo di atteggiamento e’ molto piu’ evidente.
    Bisogna continuare a credere in se stessi, nelle proprie capacita e non mollare mai. Rimanere sempre positivi.

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