Raccontare il lavoro oggi

Un bel po’ di tempo fa Emiliano Ponzi – un illustratore che lavora per testate italiane e internazionali, più che bravo – rispondeva a delle domande nelle stories.
Non ricordo bene come era formulata la domanda, ma in sostanza gli chiedevano:

Come fai ad avere successo? Qual è il tuo segreto?

(Farsi il culo, sono certa fosse la risposta di sangue, ma tra i segreti per avere successo c’è il saper maneggiare l’ovvietà con eleganza).

La risposta di Emiliano era: non avere un piano B.
È stato in quel momento in cui ho pensato: certo, certo, le solite risposte del cavolo.
Se puoi permetterti di non avere un piano B è perché non ne hai bisogno, credevo.

I filtri dei freelance

Povero Emiliano, il mio livore in quel momento non era certo colpa sua: ci sono due cose di cui tenere conto per spiegare la mia reazione.

  1. La mia sfiducia nelle reali possibilità di modificare il proprio status economico in maniera sostanziale in un paese come l’Italia, e in una generazione come la nostra: se ce la fai, ho spesso pensato, è perché hai avuto delle condizioni economiche vantaggiose di partenza che ti hanno messo nelle possibilità di farcela. Di studiare le lingue, di leggere le riviste che ti hanno arricchito la testa, di confrontarti con imprenditori alla pari, di coltivare i tuoi sogni perché alle spalle avevi qualcuno che ti comprava casa.
    Una sfiducia nella mobilità sociale, in sintesi.
  2. Il racconto che oggi si fa del lavoro e della realizzazione di sé: che ci si metta in proprio o si lavori per altri, quello che mostriamo dipinge una situazione lavorativa alla Instagram. Abbiamo agende piene di meraviglia, una tazza di tè sempre calda, siamo tutti fotogenici, facciamo fatica ma con grazia: solo che poi se scavi in fondo chi riesce a mantenere la grazia e a mantenere se stesso al 100% è una percentuale molto minore.

Aggiungo anche che non è facile raccontare queste cose: questa visione racconta inadeguatezza e tanti altri sentimenti che non corrispondono all’idea alta che vorrei avere di me.
Ma è una premessa che serve per andare oltre, e raccontare cosa è successo quando ho cominciato a realizzare che non avevo un piano B.

Un’impresa, come un figlio

Negli ultimi mesi continuo a pensare che se hai dei genitori che possono comprarti una casa i tuoi problemi economici saranno minori dei miei, ma non la uso più come scusa per non provarci: non ad avere una casa, ma a costruire un’azienda.

Uso spesso la metafora della maternità quando parlo di WithGusto, e lo faccio perché vorrei trasmettere la sensazione di protezione, pienezza, forza che nutro nei confronti di questo progetto – fate le brave, se avete qualcosa da dire sulla maternità non fatelo, non con me ora.

Un altro dei motivi per cui uso questa metafora con orgoglio è perché provare a costruire un’impresa ti insegna a ragionare per priorità: non perché devi decidere se sono meglio i quadretti o le stelline per la tua ennesima agenda motivazionale, ma perché sviluppi un nuovo modo di mettere ordine e dare priorità alle cose.

Da quando lavoro a WithGusto, ho poco tempo, decido in fretta cosa fare, mi lamento poco, bilancio il pianificare con l’agire, che è in realtà il tema di questo post: lo avevo chiesto su Instagram, “Cresci quando capisci o quando agisci? È più importante pianificare o fare?”.

Quindi, si può fare impresa anche se non si è ricchi di famiglia? Davvero si può non avere un piano B? E allora come mai ho il terrore di fallire ma non mi fermo? Perché continuo a investire tempo e risorse in WithGusto? Perché mi sento molto fortunata a fare quello che sto facendo e per niente vittima?

Pianificare o gettarsi

Credo che Emiliano Ponzi avesse ragione: hai successo quando non hai un piano B.

Che non vuol dire lavorare a un progetto con l’agio di chi sa pianificare ogni passo, ma scegliere di dare la priorità a certe cose e non ad altre, al piano A, nella misura in cui puoi.

Vuol dire, nel mio caso, pianificare finché si può e agire ogni volta che devi, con un programma in testa ma anche con una testardaggine che è fame.

Fare impresa nel mio caso significa lavorare di più per investire di più, chiedere un prestito, fare la pace con l’imperfezione, girarmi dall’altra parte quando c’è un confronto che non mi piace.

Credo ci sia una responsabilità da parte di tutti noi che lavoriamo per conto nostro o che proviamo a creare un’azienda: dire di più qual è il nostro percorso, come riusciamo a investire le risorse, come le mettiamo da parte. Se è difficile, quanto è difficile.

E questo perché sapere se l’imprenditore o il freelance che si mostra oggi lo fa con un lavoro vero, con le proprie mani, con buoni risultati, restituisce un’immagine che è un buon esempio: stiamo provando a dire di no a Photoshop per la cellulite, ai Bot su Instagram, perché non provare a essere più onesti ed efficaci anche sul modo di raccontare il lavoro?

In questo momento sono appassionata di realtà: di un’agenda dove scrivere i miei sogni ma anche di un commercialista che mi dica se devo modificare denominazione come partita Iva, di uno YouTuber che mi dica “Non comprarti un nuovo paio di pantaloni, risparmia per il tuo progetto”, di qualcuno che non mi dica come pianificare il mio tempo ma come vendere.

Il piano B e la sua rappresentazione

Quello con cui faccio a cazzotti, insomma, è un certo modo di raccontare il fare impresa o essere freelance in Italia, ma anche con il mio sentirmi inadeguata o diversa rispetto a certi modelli che mi sembrano irreali di crescita.

È una strada che sto percorrendo da poco ma in cui mi sembra di aver imparato moltissimo, e che più di tutto mi sta donando la capacità di fare a modo mio, di dire di no, di affermarmi così come sono.

Pianificare o agire? Ragazzi, facciamo che dipende dalla condizione in cui parti, dal modo in cui vivi questa condizione, da quanto ti brucia l’idea di fallire, perché ti brucia così tanto.

Ci vuole consapevolezza e trasparenza oggi per dire: quello che decidiamo lo facciamo per il nostro futuro ma sai cosa, questo è anche il mio passato.
Farlo in queste condizioni fornisce un esempio valido, io credo, per chi ci segue: permette di farsi idee realistiche e di avere strumenti per scegliere.

Significa avere più esempi, più vita vera, più lavori sdruciti per formarsi delle opinioni, e fare a proprio modo. Quello che raccontiamo non dovrebbe mai essere del tutto irreale, soprattutto quando parliamo di lavoro.

E il piano B?
Non avremo il tempo di pensarci al piano B, se siamo impegnati a farci il culo con quel che abbiamo, perché abbiamo fame e determinazione nel farlo.

[Photo by Eduard Militaru on Unsplash]

 

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Ci sono 2 commenti

  1. Bello anche questo articolo, Mariachiara. Non avevo mai pensato che non avere un piano B potesse costituire qualcosa di diverso da un’enorme fonte di stress! Però è vero. Vero che se credi veramente nelle tue possibilità non puoi concepire niente di diverso rispetto alla realizzazione del piano A. Forse il piano B è per i pavidi. E forse essere pavidi è comodo, per noi e per la società in cui viviamo.
    E allora andiamo avanti, imperfetti ma impavidi! E con la certezza di poter sempre migliorare, apprendere, crescere.

  2. Secondo me, per avere successo in Italia bisogna essere privo di scrupoli, saper mentire spudoratamente ed evitare qualsisi pensiero di tipo riflessivo.

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