Le Digital Pr nel vino: quattro esempi

Da qualche mese mi occupo di Digital PR nel mondo del vino, e parte del mio lavoro è conoscere chi, sul web, scrive e parla di vino: l’altra parte è ideare progetti di comunicazione che mixino online e offline, e per farlo occorre comprendere i parametri i territori, le occasioni che possono destare interesse e offrire uno spunto per aggregare conversazioni. Studio, osservo, parlo e bevo. Qui vi voglio riportare quattro esempi che possono svilupparsi in strategie di comunicazione, o che lo sono già diventate.

Congresso AIS Torino

All’interno del Museo del Risorgimento di Palazzo Carignano a Torino, il 22 e il 23 novembre si è tenuto il Congresso AIS (categoria detestata da parecchi winelover, ma non ho ancora capito perché): sono andata con un’amica sommelier che cura la carta dei vini per il suo ristorante, e che cercava nuove etichette da inserire in carta. L’atteggiamento dei vignaioli è stato esemplificativo di quella tendenza a essere più o meno opportunisti che mortifica o premia una strategia di Digital Pr: alcuni produttori o sommelier hanno versato il vino senza proferire parola, altri hanno cambiato faccia quando la mia amica ha parlato di “minimi d’ordine”, altri ancora si sono intrattenuti in una piacevole chiacchierata senza sapere chi e perché.

Online i produttori commettono gli stessi errori: danno solo se sono in grado di calcolare il ritorno, e quel ritorno è spesso fatto di cifre. I contenuti migliori vengono invece da chi è in grado di intrattenere, di coinvolgere, di parlare all’appassionato: da chi, insomma, sa che investire il proprio tempo, essere generoso, produce relazioni che costruiscono una buona reputazione.
In questo senso, nel Congresso ha vinto Rizzi, cantina del comune di Treiso in Langa, che oltre a produrre dei Barbaresco meravigliosi, ha saputo conquistarci con la loro affabilità, cortesia e disponibilità.

Cena da Scannabue

Dopo il Congresso AIS, sono andata a cena da Scannabue con due amici che di vino ne sanno parecchio: Jacopo Cossater e Vittorio Rusinà. Nei tour per cantine, nei loro viaggi di scoperta, è emerso un dato imprescindibile, che è quello del “contatto emotivo col produttore”: a fronte di vini memorabili, la differenza la fa chi ha la capacità di raccontare la storia del vino, del territorio, di accogliere il visitatore e aprirgli le porte della sua memoria. I contenuti più interessanti sono quelli che raccontano la storia del produttore, del lavoro che c’è dietro una bottiglia di vino, e la comunicazione che ne segue si ispira a un coerente circolo che mixa online e offline: bevo quel vino, conosco il produttore, ascolto la sua storia, mi piace, mi appassiono, e la prossima volta mi ricorderò di quel vino se dovrò sceglierlo tra cento.

In Bianco

Lunedì 24 novembre, sempre a Palazzo Carignano, si è svolto In Bianco, che ha riunito produttori italiani, francesi, austriaci, svizzeri e tedeschi e i loro vini bianchi: un parterre favoloso, vini super interessanti, e tantissimi produttori presenti. Qui la differenza l’ha fatta anche il pubblico: la selezione dei vini ha richiamato winelover da ogni parte d’Italia, ristoratori con carte dei vini che da sole valgono il viaggio, sommelier tra i più curiosi. Un pubblico del genere ha avuto due effetti: rendere più vivace la manifestazione, sia per il clima che per gli scambi tra persone che si conoscevano, e dare credito all’evento.

Il concetto di “influencer” nelle Digital Pr funziona allo stesso modo: per creare un dialogo intorno a quel vino, contatto blogger, giornalisti, appassionati che producono opinioni e le mostrano, in conversazioni che avvengono online e continuano offline. Le persone contattate devono avere una coerenza interna: se metto insieme kiwi e biscotti di avena, sarà difficile ottenere dei buoni risultati, perché se si imposta un tema, un linguaggio, un contesto sarà complicato spostarsi tra troppi livelli, col rischio di sminuire il contenuto e la portata dell’iniziativa.

Maurizio Ferraro e il gioco del vino

Venerdì scorso ho ricevuto il battesimo della Bagnacauda, a Scurzolengo, in provincia di Asti, al Ristorante Da Vinci: i vini proposti erano di Maurizio Ferraro, che produce vini da agricoltura biologica nel territorio di Montemagno nel Monferrato astigiano e che ha scelto un modo geniale per comunicarlo. Maurizio ha ideato “Il gioco del vino”: in una scatola che contiene quattro bottiglie ha disegnato sul retro un percorso da farsi con i dadi. Qui illustra la lavorazione del vino biologico attraverso gli errori che possono compromettere la qualità del vino: vinci punti se elimini le erbe infestanti, lo perdi se usi diserbanti. In questo modo, con un gioco per tutti, che riesce ad appassionare educando, lui riesce a comunicare il suo vino in maniera semplice permettendo a chiunque di accedere a un sapere che normalmente è complicato. La semplificazione del linguaggio del vino qui passa per un Gioco dell’oca, è o non è geniale?

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