#RistoKit 2 – I rapporti con i giornalisti

 Già dall’attacco si intende che questo post dedicato ai rapporti tra chef e ristoranti è intenso e diretto. Nella seconda puntata di #RistoKit si risponde a questa domanda: può un cuoco o un ristoratore promuovere da solo la propria attività? Come fare e che errori evitare?

Risponde Carlo Spinelli: laureato in Lettere Moderne e iscritto a Storia Antica, viaggia mangia e scrive in ordine sparso per ItaliaSquisita, Rolling Stone, La Cucina Italiana e Wired. Nel frattempo cambia pannolini, conduce il tv-show IlMangiadischi e pensa a graphic novel sulla cucina. La rete lo conosce come Doctor Gourmeta.


di Carlo Spinelli

Io sono un fan della masturbazione. Adoro prendere iniziative mea sponte, rimboccarmi le maniche e fare da solo, principalmente per ciò che mi piace. Talvolta quest’onanismo psico-somatico mi piace applicarlo anche al momento del marketing, della comunicazione e dell’autopromozione. E spero sempre che un cuoco o un ristoratore possa fare lo stesso. Non si parla di onanismo nello specifico, ma quindi nel concetto tout court: quella capacità imprenditoriale autonoma (quindi senza l’aiuto di uffici stampa e studi di comunicazione) di cui un cuoco o un ristoratore può eventualmente servirsi per promuovere da solo la propria attività.

Ecco allora qualche modesto spunto per evitare l’anonimato ristorativo e incominciare a fare qualche passo nel perverso mondo del gastro-marketing, qualche suggerimento per accalappiare l’interesse di giornalisti, blogger e altri scrittori di cibo. Preparare i fazzoletti.

In Italia esistono cuochi molto bravi a cucinare, ma allo stesso tempo sono anche pessimi divulgatori di se stessi.

Primo obbiettivo: emergere dall’oscurità e far sapere che un nuovo ristorante esiste. Attraverso i social network o via email, è necessario contattare in modo ironico, accattivante e goloso i giornalisti e gli opinion leader del settore, taggandoli blandamente via Twitter, Instagram e Facebook, oppure inviando foto di cibo che possano suscitare orgasmi intellettuali, o anche suggerendo piccole e mirate segnalazioni di eventi originali che il ristorante si appresta ad avere in programma.

Le foto devono essere sempre belle e originali, possibilmente fatte da professionisti (oppure ben ritoccate col botulino di Photoshop o dai filtri di Instagram, se fatte in modo autonomo e amatoriale), e che evidenzino appieno la filosofia o l’intento gastronomico del cuoco. Queste immagini possono raccontare un piatto, una storia o un’avventura, un progetto, un sarcastico e ironico ritratto dello chef o di un momento della cucina. I giornalisti enogastronomici, soprattutto quelli più giovani e scatenati, si eccitano col materiale foto-video, quindi che ben si prema sull’acceleratore della creatività delle immagini!

Secondo passaggio: risultare simpatico ai giornalisti, tenerseli stretti e coinvolgerli sempre, non solo quando se ne ha bisogno (questo vale anche al contrario, visto che molti giornalisti chiamano il cuoco solo quando hanno fame). «Ciao giornalista Ciccio Pasticcio, come stai? Sai che ieri ho sperimentato il gorgonzola col cioccolato di Modica? Una bomba, quando vieni a provarlo?» e intanto gli si manda una bella foto esplicativa, dai connotati pesantemente foodporn.

Anche le parole di contorno sono importanti: se un cuoco non si sente pronto a scrivere un comunicato stampa o a descrivere il suo nuovo piatto (a volte basta solo anche una didascalia del nome e un piccolo messaggio da hot-chat: se vuoi maggiori dettagli, chiamami!), che usi un amico per scriverlo o per correggere eventuali errori grammaticali. La mail, il tweet, la foto o il post su Facebook, che promuovono l’idea del cuoco, devono avere un “oggetto” interessante, seducente e coinvolgente, altrimenti il giornalista di turno schiaffa tutto in spam.

Terzo e ultimo livello, ossia cosa evitare di fare in assoluto quando si vuole concupire un giornalista (ma perché poi concupire un giornalista?!): inventare frottole culinarie, costruire idee già viste, copiare o ricalcare progetti altrui, fare stalking o martellare con le proprie fissazioni freudiane o fantozziane, lamentarsi e imprecare verso Brunetta, lo Stato, il meteo o gli scioperi dei treni, seguire le tendenze senza riflettere, pensare di essere il top, raccontare storie inutili, parlare male dei colleghi italiani, edificare un pessimo progetto-marchetta con uno sponsor (il giornalista ne parlerà solo se è bello, a prescindere che il committente sia Barilla o Pastificio dei Campi), fare collaborazioni con le scarpe Hogan, con Monsanto o McDonald’s, giocare coi sentimenti e le rivalità degli stessi giornalisti (la casta del food è terribile, la ragnatela tessuta dalle faide e dai gruppi singoli sono terribilmente terribili), essere sempre se stessi ma evolvendosi nella contemporaneità delle esigenze culinarie del pianeta. A prescindere dai giornalisti.

Chi meglio del cuoco sa raccontare se stesso, promuoversi, capire quali siano i suoi punti d’eccellenza? Per questo tendo a indurre l’auto-promozione comunicativa.

Adesso però basta masturbarsi, che si diventa ciechi e poi non si riesce più a cucinare.

Domande sull’amore? Fatele con l’hashtag #ristokit.
Non sapete cosa è un hashtag? Tranquilli: qui domani si parla di Social Media!

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