Progettare da soli, progettare insieme

Essere freelance da soli, da subito, è davvero possibile?

Io non ho ancora una risposta, ma nella mia esperienza: sì e no.

Quando mi sono messa in proprio la prima volta – a 34 anni – mi sono licenziata e avevo un solo cliente, gli altri sono arrivati quasi subito ma nei primi tre mesi non ho visto una lira – non sapevo ancora come farmi pagare, in effetti. In quei mesi non avevo soldi da parte ma, giubilo, avevo un marito che mi ha sostenuto.

La seconda volta è stata a 37 anni, avevo messo poco meno di diecimila euro da parte, quando mi sono licenziata avevo tre clienti che mi avrebbero pagato a 30 giorni su base mensile per contratti annuali. Non avevo un marito, ma avevo un progetto.

Non ho quindi una risposta, perché ad alcune cose – come fare un preventivo, come farsi pagare, come farsi bene i conti – non ci arrivi subito e lo impari col tempo: quindi, se vuoi metterti in proprio oggi, sii molto maturo, o sii molto sposato, o molto amato dai tuoi genitori. E sii molto bravo, ovvio.

Sul farcela da soli, poi, c’è da dibattere: è più bello fare le cose con qualcuno, hai più risorse se pensi insieme o sei talmente impegnato a lavorare per campare che non puoi fare effettivamente tutto? I team nascono dalla necessità di distribuire il lavoro e per farlo crescere ma come fai a essere sicuro che sia un buon momento per investire? 

Ci sono stati tre progetti che ho fatto o ho provato a creare con qualcuno, e i motivi sono tanti: perché è nato insieme a quel qualcuno, perché quando sperimenti hai voglia di un compagno di avventure, perché per la buona riuscita di un progetto servono, secondo te, certe figure chiave, da coinvolgere a tutti i costi. Un altro motivo lo trovate alla fine.

Eccoci arrivati all’ultima puntata di PGCNHMR.

Questo post fa parte della serie: i progetti gastronomici che non ho mai realizzato. Eventi, format, progetti digital.  Idee che erano valide e che non lo sono più, altre che lo sono ancora, progetti che non ho venduto, format che ero convinta potessero funzionare. Alcune idee erano buone, altre ottime, alcune meno. Ho deciso di liberarle tutte, per condividere con voi una parte nascosta del mio percorso. Per poterne parlare, ridere insieme, per generare nuove idee.

1. La Foodie Geek Dinner

Qui ci sono tutti e tre i casi, di cui uno è ibrido, ed è la Foodie Geek Dinner, creata e realizzata con Francesca. La FGD è un progetto che abbiamo fatto ma che poi si è arenato, e uno dei motivi per cui è successo è il seguente: un proprio progetto porta introiti e fatturazione solo nella misura in cui ti impegni perché accada.

Tutti i tuoi sforzi devono andare in quella direzione, cioè: venderlo e ottenere dei ricavi che ti permettono di farlo crescere, e di delegare.

La FGD si è fermata quando nessuna delle due poteva impegnarsi in quel senso, e da lì non è mai stato possibile.
Peccato, perché funzionava benissimo.

2. Un convegno sul foodwriting

Questo progetto, nato nel 2014, era una bozza quando l’ho presentato a B. e I. e grazie a loro è diventato qualcosa di più interessante, di più definito e vendibile – perché poi anche il più onirico dei progetti deve poter pagare il fonico e le hostess.

Era un convegno con una parte di workshop, dedicato al cibo e al foodwriting e rispondeva alla domanda di tutte quelle persone che vorrebbero scrivere un libro di cucina, per esplorare cosa c’è intorno.
Sottotitolo: teoria e pratica sull’autoproduzione di progetti editoriali e della loro gestione e promozione.

Il programma prevedeva:

  • 1 talk sugli stati generali dell’editoria culinaria: trend, costi, produzione, sostenibilità dell’editoria di food in Italia
  • 7 workshop tra cui:
  1. Libro di ricette: qual è il taglio da dare al libro? Come nasce un’idea e perché? Manuale o racconto? Come si sceglie un’immagine di copertina? E il titolo? Chi scrive la prefazione? Come si propone un libro agli editori
  2. Editing e foodwriting sulle ricette: grammatica e racconto del cibo
  3. Come si disegna il cibo? Workshop sulle illustrazioni food.
  4. Come scegliere i font? Come trovare le immagini giuste? Come funziona il copyright per le immagini?
  5. Come realizzare un ebook: produzione e piattaforme
  6. Lezione di food photography e food stylism / home economist
  7. Come si distribuisce un libro? Come funziona la promozione? Tour, presentazioni, showcooking: cosa si deve fare per vendere un libro di cucina?

Avevo cominciato a cercare location, ma tutte e tre siamo state prese dal turbinio della vita – leggi: devo lavorare su attività immediatamente fatturabili e sui propri progetti si può aspettare.

E così quel progetto è rimasto lì.

3. Un libro sull’autoproduzione

(Avete capito che sul fai da te io vorrei aprire un progettificio)

Era sempre il 2014 quando ho scritto a T. e F., proponendo un libro a tre mani dal titolo:
L’Haccp si è fermato ad Eboli OPPURE Lì dove non osa l’Haccp
Sottotitolo: Racconti italiani di autoproduzione

Questo il concept:

Da foodie siamo abituati a parlare del prodotto finito in commercio, per fare una notizia, e a mangiarlo a ciclo finito.
Siamo disposti a mangiare un prodotto fatto in cantina, tra polvere, ruggine e mosche?
E: sapremmo come farlo, nel caso?
Ecco la storia e i racconti di persone che continuano a produrre cibo in casa in barba all’Haccp e che occasionalmente vendono o smerciano quei prodotti.

Il libro avrebbe raccolto storie, aneddoti e racconti intorno all’autoproduzione in Italia: 10 capitoli per 10 narrazioni di storie e di prodotti, e dei processi di lavorazione (a margine) per 10 relativi consigli.

Avevo previsto anche una intervista a degli chef: è possibile lavorare con realtà di questo tipo? Che vantaggi svantaggi ha?

Voleva essere un libro di resistenza, di racconto di un’Italia fatta di camere non arieggiate in cui nascono i migliori formaggi, di etichette poco conformi e di spiriti ancora più difformi: nessun eroe, solo l’Italia del cibo per quel che spesso è.

Anche qui il progetto non ha trovato le forze per andare avanti, ma anche solo scambiarsi le idee con F. e T. è stato stupendo.

La visione degli altri

Ecco, una cosa bella dei progetti che fai con gli altri: l’energia dell’inizio, quando quel che vedevi da solo si riempie della visione degli altri, e diventa ancora più luminoso, più solido, più forte.

[Photo by Nicholas Swanson on Unsplash]

Ci sono 2 commenti

  1. Cara Mariachiara,
    sto seguendo questa tua rubrica con estremo interesse.

    Prima di tutto, perché fa percepire la tua creatività di professionista,
    ma anche la tua onesta nel processo di creazione, che non sempre porta i frutti sperati inizialmente. Ma non è detto che non abbia altro da insegnare.

    Il tema di lavorare da soli o in team,
    è qualcosa che presuppone un generosità, empatia e concretezza.
    Non facili da trovare, ma quando accade – beh – è “più luminoso, più solido, più forte”.

    Grazie!

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