Dieci cose che non ti rendono più influencer di altri influencer

Avevo cominciato questo post in treno con una domanda seria: come si distinguono gli uni dagli altri blogger e influencer? Quali sono i tipi di attività e di campagne in cui ha senso coinvolgerli? Come si fa a creare una coda lunga di comunicazione in attività di Digital PR?

Poi mi sono fatta assorbire dalle Instagram Stories e ho cominciato a contare due cose:

  • Le volte in cui un blogger / influencer si tramuta in Alessandro Cattelan e con lo stesso entusiasmo decanta le virtù della nuova scopa elettrica “che già ama alla follia”.
  • Le volte in cui mi sono detta che “vedo la gente scema”.

Tante, troppe.
Per cui ho deciso di scrivere un post diverso, un po’ più burlone, e che in tutta la sua leggerezza vuole essere anche una riflessione sull’originalità e la validità dei contenuti, e sul pubblico e privato: nel lavoro degli influencer il confine tra i due spesso diventa mollica bagnata, al punto che ci si chiede cosa sia legittimo, cosa rimane del pudore, cosa siamo disposti a comunicare e perché.

Sulle stories io parlo di dermatite, mi mostro con le maschere di argilla, parlo di peso e di brufoli, condivido pezzi della mia casa: non vendo nulla, ma un po’ vendo me stessa.

Qualche giorno fa leggevo la raccolta di saggi di Jonathan Franzen “Come stare soli”: nel capitolo che si chiama “L’alcova imperiale”, dedicato alla privacy, Franzen scrive

Il bisogno di indossare una maschera pubblica è fondamentale quanto il bisogno di una vita privata in cui toglierla. Abbiamo bisogno di una casa che non sembri uno spazio pubblico e di uno spazio pubblico che non sembri una casa.

Quindi, mescolando Franzen, il Drugo e Fantozzi, ecco dieci cose che non ti rendono più influencer di altri influencer: se anche non le vedessimo più, ecco, staremmo (alcuni) un po’ meglio.

1. Il blogger testimonial e valletto

“Oggi siamo al parco di Dispersitralepietre in provincia di Unpuntonelmolise insieme a Marcafamosadidrink”. Così, spontanei come Amadeus con un copy che si ripete sempre uguale in tutte le foto, le stories, i post. L’apice della deriva televisiva arriva con i post scritti con la verve di Giorgio Mastrota: “ho cominciato a usare questo prodotto e la mia vita è cambiata, sono entusiasta”. Quanto può influenzare una comunicazione che mescola i codici risultando noiosa e prevedibile, uh, facciamoci delle domande.

2. Deborahgoestovoghera

La vastità dell’inutilità di sapere che vai a Voghera, in Alto Adige, a fare la pedicure è seconda solo alla conoscenza del tuo ascendente. Raccontami il posto, fammi sapere cosa vedere: che tu sia lì e basta, tanto piacere.

3. Le vostre chiappe decontestualizzate

Specifico il “decontestualizzate” perché è importante: per tutte le donne che col proprio corpo lavorano, dalle modelle alle attrici, mostrare il proprio corpo in certi contesti è un’esigenza commerciale. Quello che non capisco è perché io debba vedere le vostre chiappe e tette senza un disclaimer coerente, accompagnato da una caption spesso non collegata – anzi, più si mostrano le chiappe più viene messa in mezzo l’anima.

4. Le foto in cui guardate in basso con i capelli davanti agli occhi

Sembra che su Instagram tutti abbiano perso le chiavi mentre soffiava il vento. O forse ci sono appositi soffiatori di Instagramers che possono essere noleggiati: sapete per caso a quanto vengono via?

5. Digital PR che invitano altre Digital PR

Se fai Digital PR, può capitare che tu abbia un certo seguito sui social: le due cose non sono legate, diciamo che sono accadimenti non combinati. Queste due cose si rimescolano però sempre più spesso, e si vende la propria visibilità di influencer insieme alle attività di Digital PR: il cliente non vuole solo i tuoi contatti, ma compra anche te. O almeno, se siete disposti a venderlo. Capita quindi questo girone infernale dove PR e influencer si alternano, e dove gli eventi pullulano di Digital PR che invitano altri Digital PR perdendo del tutto la bussola, e il senso degli obiettivi.
Come se bastasse avere follower per essere una persona che influenza, ah ah.

6. Casa vostra, e la vostra intimità tutto sponsorizzato

Chi non vorrebbe una cucina, un divano, un materasso, un tavolo di design gratis? Chi per averli sarebbe disposto a mostrare ogni giorno l’intimità di casa propria? Il dilemma è un po’ questo: mi tengo la privacy e compro il divano di Mondo Convenienza o mostro il mio spazio privato e ottengo il divano di Vitra? Si può discutere di questo, anche se io preferire spostare l’accento sulla validità e l’originalità del contenuto: vuoi comunicare un divano e sei un blogger? Non basta dirmi che questo divano è wow. Ripartiamo dall’esperienza, pensiamo a un contenuto fatto bene, riscrivi.

7. Le collaborazioni non citate

Ogni volta che un blogger e influencer risponderà “non serve dichiarare la pubblicità perché è un patto di fiducia con i miei lettori”, lo IAP gli mozzerà un ditino.

8. I blog tour a pecorelle

Tutti insieme, tutti con le stesse foto, tutti con le stesse didascalie: come si fa a vivere e raccontare un luogo quando si è guidati dal sacro obbligo di documentare la cronaca? Il luogo si fa cartolina, fotocopia, si appiattisce. Sfuggite dal tour, fatevi i fatti vostri, appropriatevi dei luoghi. Tornate a raccontare. Il mio je t’accuse va poi alla parte food dei tour, in cui si invitano persone che non sanno distinguere un’orata dal tonno Riomare a degustare piatti locali che in realtà di locale non hanno nemmeno la ceramica su cui vengono serviti. Tanto che ci vuole, siamo italiani, mangiamo tutti, capiamo tutti di cibo. Allora per il fatto che nella mia vita mi sono seduta su tanti divani portatemi a un tour di design, perché tanto che ci vuole.

9. Chiunque lavori senza leggerezza

“Oggi devo correre a tre eventi, che fatica”.
In parte capisco, in parte: ma che davvero?

10. Brandire Social Blade

Con Social Blade inserisci il profilo social di una persona e vedi le oscillazioni e la crescita del numero dei follower: se qualcuno li ha comprati, è uno dei modi per sgamarlo. Comprare i follower è una pratica detestabile, e che livella il mercato a un alto tasso di idiozia: se poi sono le agenzie stesse a consigliarti di comprare i follower perché i clienti chiedono numeri sempre più alti, allora credo che sia il caso di parlarne in maniera seria, o di tirarsene fuori. D’altra parte i post degli influencer che ogni tre giorni difendono i loro follower autentici, che parlano male di quelli che i follower li comprano, si fanno volere bene dai loro seguaci, si fanno odiare dagli altri blogger: è un copione che serve solo a se stessi. Volete cambiare un mercato? Seguite altre regole, inventatele, siate creativi.

Ci sono 8 commenti

  1. Confesso, ho fatto il numero 4 più volte :)

    4. Le foto in cui guardate in basso con i capelli davanti agli occhi

  2. Leggerti mi fa sentire in pace col mondo. Schietta e sincera. Mi fai arrossire di fronte ai miei errori, alle mie tentazioni ed assieme mi rincuori che certi comportamenti, forse, non sono influencing.

  3. È sempre piacevole leggere contenuti scritti in maniera leggera, è un po’ come se nel caos di tanti neofiti che si comprano chitarroni e alzano il volume delle casse per farsi sentire più degli altri…a un certo punto arrivasse pat metheny in acustica :)
    Ps Ora vogliamo assolutamente il soffiatore a pagamento per farci una foto figa sul divano di design :D

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