La mia strada verso il branding

Maggio 2017

Ho cambiato tutto: sito, blog, logo, foto, font, colori. Qui vi racconto qual è stato il percorso, con un avviso: dura due anni, sarà un post lungo.

Aprile 2015

Nel 2014 sono andata online col mio primo sito professionale, creato da Francesca Marano: sempre con lei abbiamo lavorato sulla veste grafica del mio nuovo blog, che è andato online ad aprile del 2015 con un post che si chiamava “Ricomincio dalla gioia”. Quel cambiamento è stato un terremoto, perché era la prima volta che dicevo pubblicamente che mi ero lasciata con Fabrizio.
Non pensavo di fare del blog un lavoro, era qualcosa che continuava ad appartenere a una sfera più privata, era molto food. Aggiornavo il sito con la mia agenda, e poco più.

Settembre 2015

Il 19 settembre 2015 ho ricevuto una mail da Alessandra con oggetto Feedback non richiesti, in cui mi scriveva:

Non è che hai troppi siti? Cercarti, partire da mariachiaramontera.it, cliccare su blog e accorgersi di essere su thechefisonthetable, da fuori è un po’ straniante.

Le ho risposto così

A me piacciono i feedback. In effetti è strano, ma non saprei come riunirli. Tutti sotto Mariachiara (e lì Medium ci sta, il blog di meno) temo possano appiccicarmi ancora di più l’etichetta food che non so per quanto ancora vorrò. Eliminare il blog poi mi fa ancora più strano. Sento poi che su Medium ho una libertà di scrittura che non mi sento sul blog. Mi sento a casa in vari posti, in questo momento di transizione

Nel 2015 scrivevo sul mio ex blog, su Medium e avevo un sito professionale. Non avevo un logo, le foto erano fatte da me. Sentivo la necessità di scrivere in maniera molto personale, ero ancora nella fase di transizione post rottura del matrimonio, avevo cambiato casa, e mi sentivo a posto scavando ed esternando, non importava dove ma solo come.
Quell’anno è stata un’esplosione, nel bene e nel male.

Maggio 2016

Blogger o non blogger? Per me che non ho mai voluto farne un lavoro pieno, quell’etichetta era diventata una rottura di scatole: il blog perpetrava quella confusione, da parte di colleghi, prospect, agenzie. Ho scritto un post in cui dicevo che non volevo più essere una blogger, e ho cominciato a pensare di radunare tutto in un unico spazio.

Novembre 2016

A settembre del 2016 ho deciso di licenziarmi da Explora, e ho cominciato a pensare alla mia exit strategy: cercare clienti per quando sarei stata fuori, definire servizi da vendere, mettere da parte un po’ di soldi, e comunicare il passaggio.

Non solo stavo tornando freelance, ma volevo un modo per “fare chiarezza e rilanciare servizi e posizionamento”: scrivevo così a Ivan Rachieli, in una delle prime mail in cui gli spiegavo perché volevo creare un sito nuovo, dopo averne parlato tante volte nel corso dell’anno. A novembre gli ho scritto

Va bene. Io mi licenzio la prossima settimana, da dicembre torno freelance ed è il momento giusto per scrivere i nuovi testi del sito.

Poi sono tornata freelance qualche mese dopo, ma abbiamo cominciato a lavorare da lì. All’inizio era un template da modificare, poi è diventato un sito costruito da zero da Ivan: ha colto la mia necessità di mostrare chiarezza e creatività, accoglienza e professionalità, a modo mio. Ha saputo fare le domande giuste, mettendosi nei panni miei e dei miei clienti.

Ho avuto molte difficoltà a scrivere i testi del mio nuovo sito, e mi sono stati d’aiuto i consigli empatici di Annamaria e i video di Guido dedicati alle Sales Page.

All’inizio doveva esserci il rosa e il giallo, poi ho incontrato Emanuele.

Febbraio 2017

Per la nuova foto profilo avevo deciso di fare di nuovo da me: avevo pensato di farmi prestare la reflex, di indossare il mio abito rosa, di trovare una sedia gialla e scattare una foto nel mio studio.
Poi ho coinvolto Vanessa Vettorello per un servizio per dei miei clienti, ho assistito alla sua gestione del cliente e ho cambiato idea: è stato mentre faceva le domande al cliente, mentre comprendeva le aspettative e proponeva la sua visione che ho pensato che potevo farmi vedere da lei, e mostrarmi attraverso il suo obiettivo.
Lei avrebbe saputo valorizzarmi, ho pensato, e così è stato. Quando abbiamo pensato a che tipo di lavoro fare lei ha proposto questa foto qui, e mi è piaciuta subito.

Abbiamo cercato una location che fosse una serra, o un giardino d’inverno, con gli interni chiari, dove entrasse molta luce: alla fine abbiamo scattato la mia nuova foto profilo in un posto dove era proibito scattare foto, e ci siamo divertite moltissimo.

Questa è una foto che non ho usato perché non sorridevo, ma è l’espressione che ho quando sono assorta e sorrido subito dopo, perché pensavo a qualcosa di bello.

Marzo 2017

Ho cominciato a collaborare con Emanuele per il lancio della sua Emmaboshi Collection: più ci parlavo più mi piaceva la sua capacità di andare a fondo nelle cose che lo appassionano. Le vecchie radio, la ghiera del telefono, i poster dei mercati: tutto mi parlava di una persona che sa tirare fuori la meraviglia, e che riesce a comunicarla agli altri con un segno grafico che non invecchia mai. Così abbiamo cominciato a lavorare sul mio logo, e gli scrivevo così:

Non ho mai avuto un logo, e l’unico abbozzo è stato un tentativo di declinare un’illustrazione che mi fecero anni fa come nel biglietto da visita che ti allego. In sintesi: lo aborro. Soprattutto perché quello che sto facendo – il nuovo sito, nuove foto – servono a segnare la differenza tra “la professionista che in molti non capiscono che lavoro faccio e che alcuni confondono con una blogger” a “sono una professionista e basta”: col sorriso, la creatività, le passioni, i viaggi ma anche casi concreti e soluzioni trovate, e anche a un livello alto, come dire. Quindi non so dirti se prenderlo in considerazione o dargli fuoco: certo è che quell’infantilismo non mi rappresenta più.

Così mi ha mandato le prime prove

Che conteneva anche la prima versione del logo

Poi grazie a dio mi ha dissuaso dal rosa

E alla fine siamo arrivati al definitivo, che contiene in sé diverse versioni.

Emanuele è riuscito a cogliere versatilità e determinazione, e a mettere in un logo tutto quello che cercavo.

Aprile 2017

Trasferire i post dal vecchio blog al nuovo ha significato fare un lavoro immane: di ricategorizzazione, per primo, per cui dalle circa 10 categorie e 80 tag sono arrivata a 4 categorie e 19 tag.

Ho modificato la maggior parte delle immagini, prendendole da Unsplash. Ho eliminato circa un centinaio di post, cancellando tutte le recensioni di ristoranti, segnalazioni di eventi, post in cui non mi riconoscevo. Ho creato poi un piano editoriale, e impostato una newsletter. Sulla newsletter scriverò un post a parte. Devo ancora importare i post da Medium, farò anche quello.

Maggio 2017

Ho affidato hosting e server a Nestore Novati, che il 25 maggio mi scrive una mail che ha come oggetto “mariachiaramontera.it new – online” a cui rispondo

Oh dio quindi sarà oggi? (Scusate, non sto più nella pelle)

Ed è andato online, portandosi via 11 anni di blog, e mostrando tutto: il logo, la foto, il font.

Tutto nuovo, in un posto che sento casa.

Oggi

Proprio sul sentirsi a casa qualche giorno prima una persona mi ha scritto una mail:

Ecco, dunque, che cosa può significare sentirsi a casa: avere un pavimento e un orizzonte, stare in un contesto in cui ci si orienta, in cui è possibile muoversi. Uno spaesato non sa dove sia e non sa dove andare: sa andare ma non sa dove. La casa è l’inizio che rende possibile la nostra navigazione nello spazio. Chi si sente a casa sa riconoscere la propria collocazione nel mondo, nella vita perché ha addomesticato lo spazio in cui vive. L’ha reso una “casa”.

Ecco cosa è cambiato da maggio 2015, in cui “mi sentivo a casa in vari posti” a oggi, dove “mi sento a casa dovunque” come scrivo nella mia bio: ho imparato a sentirmi a casa nel lavoro che faccio e nel mio essere freelance.

Ho capito che devi abitarla un po’ la casa per volerci vivere, non serve e non basta nascerci, o visitarla. Ho fatto tutte le scelte di comunicazione – sito, logo, foto – solo quando ho trovato delle persone di cui fidarmi, e che fossero capaci non solo di fare il loro lavoro ma di capire il cliente, me, e di mettermi a mio agio.

Questo è stata la mia strada di branding, ma anche un po’ la mia strada verso casa: l’ho fatta quando per me era corretto farla, e con le persone con cui è stato bello percorrerla.

Quello che ora trovo quando apro la porta mi piace molto. Benvenuti.

Ci sono 2 commenti

  1. Leggo solo ora il tuo post, non è poi così lungo come dici :) è molto interessante!
    È un insegnamento vero e proprio. Grazie!
    Sei fantastica!!!!
    Brava brava brava

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