Changefullness

A luglio del 2015 mi sono trasferita nella nuova casa, contavo di rimanere a Torino per l’intero mese di agosto: poi una persona a me vicina si è ammalata, e sono andata da lei, rimanendo lontano da qui per un mese.

Il 2 luglio 2016 sono stata ricoverata d’urgenza al Pronto Soccorso per delle fitte al basso ventre e dopo qualche giorno mi hanno rimosso un fibroma di 9 centimetri che faceva pressione sull’utero: sono rimasta 3 settimane in convalescenza, e ne ho approfittato per far riposare corpo e cervello.

Il 25 agosto partirò per le ferie: prima Berlino, poi Rimini, infine Marina Romea per il freelance camp.

Ogni tanto mi serve stendere su un foglio le date, gli anni, e i mesi: mi ricorda la cosa più importante che ho imparato del tempo, e cioè che ha bisogno di tempo.

La frustrazione dell’ora e del subito, il languire vedendo i mesi evaporare, prevenire i secondi per governare i minuti: tutti abbiamo un problema col tempo, sugli anticipi e sui ritardi, per un’ora o per un anno.

Da parte mia, convivo da anni con un’antipatica percezione del tempo in relazione ai risultati: in quei momenti in cui mi metto in testa di cambiare certe situazioni, ho la sensazione di rimanere immobile rispetto alla volontà di cambiare.

Mi capita spesso di attivare delle modifiche: lavoro, conoscenze, vocabolario, musica. Non sono mai stata la ragazza che al liceo voleva diventare una sola persona, e alcune cose sono successe e basta. Poi si può voler cambiare per pianificazione: c’è qualcosa che non ti soddisfa e decidi di agire – i soldi che guadagni, il tempo che dedichi alle persone care, il tuo livello di inglese. Queste sono cose che non capitano, ti dici, e che per farle avvicinare all’obiettivo che ti sei data occorre mettere in atto una strategia.

Lo chiamiamo in così tanti modi: business plan, exit strategy, self improvement. Lo mettiamo su excel, facciamo brainstorming, lo ordiniamo in to do list.

E poi cominciamo ad andare fuori tempo, fuori strada: pensavamo di andare online con il nuovo sito ad agosto e ancora non abbiamo le idee chiare sul template, il logo doveva essere pronto ieri e il grafico è scomparso, ci siamo bloccati sulle difficoltà tecniche dell’eCommerce per i nuovi prodotti da mettere in vendita.

Una litania di ritardi sul programma, a cui capita di reagire con sconforto: ecco, non ho fatto abbastanza, dovevo trovare il tempo, non sto facendo nulla per cambiare. Sono immobile. A volte mi sento immobile.

Però ci sono altre cose che accadono mentre programmo le attività che mi porteranno a cambiare: rispondo a una mail facendo una proposta, riscrivo i testi del vecchio sito, le persone a me vicine mi danno dei consigli per cambiare. E qualcosa si muove, nella stessa direzione a cui guardavi quando hai aperto quel foglio excel, fatto la tua to do list, elaborato la tua exit strategy.

Quando pianifichi il cambiamento, credi che la cosa più importante sia seguire il piano che hai realizzato: fare un passo alla volta, rispettare quelle tempistiche, fare i compiti.

Invece la cosa più importante avviene prima, e sta nella possibilità che ti sei data: ti sei resa disponibile agli stravolgimenti, suscettibile alle rielaborazioni, aperta per  accogliere occasioni. E cambi, cambi ugualmente.

Forse non sono una ragazza capace di un cambiamento sistematico, e ci saranno sempre giorni in cui nutrirò antipatia verso il tempo che passa e che sembrerà non soddisfarmi mai: magari però anche questo sta cambiando, senza averlo pianificato prima.

A tutto questo ho dato un nome, l’ho chiamato Changefullness.

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