La messa dei pendolari

La regolarità, dicevamo. Che è quella che mi porta tutti i giorni sullo stesso binario (il numero 2), a prendere il treno Av 9615 per Roma, da Torino verso Milano. Intorno a me riconosco le stesse facce, il soprabito uguale a ieri, un odore di schiscetta simile al mio.
Molti dormono. Stamattina una ragazza ha pianto: era quella bella, che si faceva speciale con l’amica brutta.
Io e un paio di altre ragazze ci trucchiamo, con grande stupore degli uomini che non si fanno una ragione del prima e dopo mascara (non capiscono che il vero Delta è il correttore).
I nuovi Frecciarossa (chiamati «Le Fecce» nel gergo dei pendolari) sembrano essere sprovvisti di cestini e di pulsanti per abbassare e alzare le tendine: magari sono sul sedile del vicino ed è una tattica per farci socializzare tutti.
La regola non detta è

Taci più che puoi

I treni dei pendolari ci accolgono assonnati e la sera ci raccolgono esausti.

L’unico desiderio è tornare a casa propria, in un viaggio che in Italia presenta sempre una dose di incertezza.
Come nelle chiese sempre piene, nei treni pieni sei comunque solo: lì tu e Dio, qui tu e il pc e la fame e la necessità di approdare.
Alle 19 è il momento dell’offerta: tutti a guardare in su, verso i cartelloni di orari ballerini. In nome della puntualità guardiamo fissi verso quel simulacro dei ceri, esultando quando appare il numero del binario.
Non avete idea della stanchezza che si concentra nelle stazioni. Della voglia di tornare a casa. Di quanto, se abiti nei treni, diventi necessario escludere l’umanità tutta da quella tratta del corpo, e della testa. Di come quell’ora di viaggio debba rimanere impermeabile alle chiacchiere, agli approcci, alle lamentele.

Il rischio? Che il pendolarismo diventi un eccesso insostenibile di umanità.

C’è un momento in cui la massa di pendolari ti attraversa: lo stesso passo, corriamo verso la meta, ci sediamo allo stesso traguardo, ascoltiamo in contemporanea le formule mai troppo gentili di Trenitalia.
Hai voglia a sforzarti di mantenere la tua singolarità, a evitare di cedere la tua energia sin dall’alba e a recuperarne uno strascico per donarla a fine giornata.
Essere pendolari sviluppa l’egocentrismo.
Voi, viaggiatori penitenti, non mi avrete.

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