Lascio le guide e il Cucchiaio, lavoro per i ristoranti: e poi?

All’inizio del 2015 ho preso una decisione: lasciare le guide gastronomiche, lasciare il Cucchiaio d’Argento, scrivere solo per blog aziendali e per il mio blog, lavorare per i ristoranti. In una parola: ho scelto la comunicazione commerciale e non quella critica, ho scelto di ‘vendere’ e non di ‘giudicare’. I motivi sono diversi, e proverò a elencarli qui di seguito, partendo da una premessa: non è solo questione di conflitto d’interessi.

Il mondo della comunicazione gastronomica è composto in gran parte da giornalisti che lavorano anche come uffici stampa, da editor che fanno pr per aziende, da foodblogger che tramite i propri social vendono marchi e prodotti, da wineblogger che sono consulenti per delle etichette. Insomma, da persone che vengono pagate per scrivere di aziende con cui collaborano. Se da una parte sono convinta che per molte di queste persone possedere una propria etica e una certa sensibilità aiuti a non inquinare la trasparenza dei contenuti che vengono pubblicati, dall’altra vedo una cattiva comunicazione, e questa più di tutte mi irrita.

La prima domanda è: perché fare due cose se una delle due ti viene male?

Io non ho mai avuto la vocazione del giornalismo: nel corso degli anni ho scritto per diversi siti di food e per le guide per cv, per interesse, per passione. Ma: ero davvero brava? O: in cosa sono più brava? Avrei potuto continuare a collaborare con alcune testate, magari capiterà ancora ma sicuramente non è più il mio focus: ai blogger che mi contattano per chiedermi consigli gli dico sempre di cercare collaborazioni con siti o riviste. Serve al prestigio, serve perché lavorare su commissione è una grande scuola, serve per cv. Ma poi bisogna scegliere una strada, che sia più vicina possibile a quello che, in te, ti fa sentire a tuo agio. E io mi sento benissimo quando si tratta di curare le pr, o di creare strategie e progetti, e sono indubbiamente bravissima in questo e solo accettabile come redattrice.

Poi: scrivere su dei giornali o su delle testate ti serve davvero? O meglio: può essere ancora una professione?

La risposta è drasticamente no (con le dovute eccezioni): i siti pagano dai 12 ai 70 euro a pezzo, versus i blog aziendali che danno da 100 a 300 a post. Non conosco le tariffe dei giornali ma non vedo giornalisti felici, e la maggior parte di quelli che vedo fanno mille altri lavori per campare. Allora mi chiedo: perché nella comunicazione gastronomica è ritenuto più in gamba quello che scrive anche per delle testate? È una questione di scambio favori? È un circolo ormai viziato? E: è davvero necessario? Che poi: se siamo tutti uffici stampa e pr di x, scriviamo per informare o scriviamo per vendere? E se scriviamo per vendere, davvero quello che scriviamo fa la differenza per la nostra comunicazione?

Il terzo punto riguarda il sentirsi bene e onesti vendendo qualcosa. Semplice, dipende cosa stai vendendo.

Per diversi anni ho fatto la gelataia e la libraia: vendere gelati e caffè mi faceva stare davvero bene, anche perché lavoravo in due bar di Bologna frequentati da una fauna parecchio interessante, che andava dall’uomo con due dita che voleva due dita di vodka alle 9 alla mamma incinta che chiedeva un cono gelato dall’altezza impossibile. Mi sentivo meno a mio agio venendo i libri, soprattutto quelli che non conoscevo.

Ancora più difficile è stato quando sono passata a lavorare in Fnac, dove mi occupavo di comunicazione commerciale: vendevo gli spazi di comunicazione dei negozi facendo da figura intermedia tra i buyer e i responsabili marketing delle diverse aziende. Da una parte amavo quel lavoro, dall’altra vendevo cose di cui non vedevo il reale valore.

Quello che vendo ora, di contro, che siano pr, progetti, comunicazione – mi rende felice, e non ne ho dubbi. La vendita fa parte di me nel momento in cui metto me stessa sul campo delle trattative, progetti in cui credo, valori da condividere, quando lavoro con aziende e persone che mi piacciono. Questa è l’intima natura del personal branding: proporsi per quello che sei, e che sai fare con passione.

Ho scelto, quindi, di fare solo quello che so fare benissimo: le digital pr, la digital strategy e gli eventi.

E se finora l’ho fatto solo per le aziende, ora cerco clienti tra i ristoranti, perché so che per loro lavorerei benissimo e anche che ne hanno realmente bisogno. Avrei potuto continuare a scrivere su guide e siti, ma insieme al fatto che non mi sarei sentita a mio agio vivendo in un tumultuoso conflitto d’interessi, ho scelto di selezionare un percorso che sento mio, e in cui la costruzione della reputazione non passa più per chi scrivi ma per come lavori.

Tutti i miei contenuti vivranno solo su questo blog, collaborazioni con blog aziendali a parte e qualche altra sporadica collaborazione: c’è che col tempo ho anche capito il valore dei contenuti autoprodotti, e credo sia la quadra del mio percorso da freelance.

Da sola, o con la squadra che scegli, puoi fare grandi cose.

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Ci sono 9 commenti

  1. Scrivere, informare, comunicare, vendere: è un bell’incrocio di capacità, competenze, etiche e risvolti economici.
    Un post sincero e chiaro e come la tua scelta. Complimenti!

  2. Un bel post MariaChiara e spero lo leggano le tante blogger ed aspiranti tale, che quotidianamente si pongono le tue stesse domande! Comunicazione da un lato, Informazione dall’altro: son sempre state due facce della stessa moneta, che ahimè oggi ha perso il suo valore. Se da un lato il web ed i Social hanno aperto il mondo della comunicazione a chiunque, dall’altro son stati rovesciati fiumi di contenuti (a volte inutili) che non sempre vanno a vantaggio di qualcuno!
    Mille cose da dire, mi fermo qui però! :-)
    Imboccallupo!
    Simo

  3. Mi sei piaciuta dal primo momento che ti ho letta-e-poi-vista, proprio per l’onestà intellettuale che traspare dal tuo sguardo e dalle tue parole. Te lo dico con la saggezza di una che potrebbe esserti madre ma che nel web, stranamente, si sente un po’ tua figlia, ma soprattutto te lo dico col cuore: tu sei destinata al successo. Continua così!

  4. Da completa ignorante in materia posso solo dire: brava! Non è da tutti lasciare un ambito per dedicarsi anima e corpo a ciò che viene meglio; oserei dire che solo i migliori ci riescono. Complimenti Mariacler :)

  5. […] La questione, mi sembra, e lo affermo da anni, è che ci sono settori dove è necessario sfondare la grettezza con l’evidenza che intorno a quel settore il mondo si sta muovendo secondo dinamiche che andrebbero almeno osservate, se non incluse. Nel mondo gastronomico i processi di produzione e assimilazione culturale scontano una miopia che in gran parte è dovuta al fatto che alcuni tra i cosiddetti opinion leaders storici sono bravi a mangiare, ogni tanto a scrivere, ma mancano di respiro culturale e digitale. E commerciale. Odiano le contaminazioni, si tengono stretti ai loro piatti, detestano farsi sfilare la tovaglia in nome di quel che non conoscono. C’è anche la questione etica che nel food è piuttosto vivace, e su questo avevo elaborato all’incirca gli stessi ragionamenti. […]

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